lunedì 30 maggio 2011

Notizie 29 maggio 2011

TEATRO DIALETTALE


I piccoli allievi delle scuole elementari di Ramate ci riprovano, per il terzo anno consecutivo. Mercoledì 8 giugno, alle 20,30, in occasione della festa di fine anno scolastico che si terrà al centro polifunzionale Il Cerro, presenteranno il nuovo spettacolo Quänd cäntä ‘l gal, una spassosa piece in dialetto locale interamente scritta dalle insegnanti del plesso con la collaborazione della Compagnia dij Pastor.

PRO LOCO IN ASSEMBLEA
L’associazione turistica Pro Loco di Casale Corte Cerro terrà la prima assemblea ufficiale, dopo il completamento delle pratiche istitutive, lunedì 20 giugno alle 21,30 presso la sala consiliare del municipio. Invitati a partecipare sono naturalmente i soci, ma anche tutti coloro che volessero in qualche modo collaborare con il nuovo sodalizio.

CRESIME
Domenica 5 giugno, durante la Messa solenne delle 11 che verrà celebrata nella chiesa parrocchiale di San Giorgio, a Casale centro, saranno amministrate le Cresime ai ragazzi che frequentano la seconda media. Per la prima volta la cerimonia coinvolgerà contemporaneamente gli aspiranti delle tre parrocchie casalesi.

giovedì 26 maggio 2011

ATTENZIONE AI RAGGIRI!

ASSOCIAZIONE PER LA PROMOZIONE DELL’ANZIANO
piazza della Chiesa, 8
28881 Casale Corte Cerro (VB)
www.assoanzianicasalecc.subito.cc
e-mail assoanzianiccc@libero.it



Casale C.C. 26 maggio 2011

COMUNICAZIONE IMPORTANTE


Ci viene riferito che persone non meglio identificate starebbero contattando le famiglie casalesi per chiedere fondi a favore di questa Associazione e delle sue attività.

Teniamo a precisare che
• non è in atto nessuna raccolta fondi straordinaria
• nessuno è in alcun modo autorizzato ad agire in tal senso

Si consiglia pertanto chiunque venisse contattato a tale scopo di non versare alcunché e di avvisare immediatamente dell’accaduto i volontari dell’associazione o le forze dell’ordine.



Il Consiglio direttivo

Bricicche di folklore

Nel post di ieri ricordavo le presunte (o comprovate?) proprietà dell'antico crocefisso custodito nella chiesa di Ramate in merito alla 'lotta alla siccità'. Credevo di aver già pubblicato in questo blog l'articolo della maestra Cesare, che per prima ne raccontava la storia, ma non riesco a ritrovarlo. Dovrò decidermi a mettere un poco d'ordine...

Per intanto, rieccolo.

barbä Bonìn

BRICICCHE DI FOLKLORE
di Natalia Rosa Cesare
pubblicato in Bollettino Storico della Provincia di Novara
XXVII (n. 3 – 1933) pag. 282 - 293

INDICE
pag. 284 Il rospo e la merla (favola)
285 Il lupo e la volpe (fiaba)
286 Il Maggio
289 I funerali (sale e castagne secche)
290 Le nozze (castagne e nocciole ai bambini)
290 Gli abiti
291 La cucina (arredamento)
292 Le processioni
293 Il crocefisso di Ramate


Nota N.R. Cesare fu insegnante alle scuole elementari di Casale Corte Cerro negli anni ’30 del XX secolo.


Notammo già altra volta che si fa sempre più difficile ritrovare notizie e aspetti (lì particolari usanze o di costumi, persistenza di tradizioni nei borghi e nei paesi, perchè non v'è più solitudine che consenta originalità pittoresca; anzi è dovunque una tendenza frettolosa a raggiungere quel tanto di uniformità che agli spiriti semplici può sembrare politura di apparenze e di maniere, e quasi elevazione.
Nei Comuni della Bassa Ossola ad esempio, dove vent'anni or sono la Chiesa offriva la domenica ai fedeli distratti appena lo spettacolo di qualche raro cappellino, ora si nota la più vivace varietà di copricapi di paglia, di feltro, di velluto, di seta; e si contano sulle dita i bei fazzoletti di lana a fiori che dalla testa scendono fino alla vita. Così, le gonne arricciate sotto i corpetti attillatissimi o i boleri aperti sulle camiciole ricamate appaiono appena come eccezione al mercato di Omegna indosso a poche donne di Strona, di Sambughetto o di Campello Monti. Ma quelle stesse portano abitualmente gli stivaletti di cuoio, piuttosto elle i grossi calzari di lana chiamati pilugn nei dialetti della valle. In altro campo la scuola e il giornale, pur non riuscendo a dare ai più una vera istruzione, attenuano sempre più i più i particolari caratteri del linguaggio, e disperdono i ricordi di letteratura folcklorica. Nè vogliamo dimenticare le razzie che, prima della guerra e durante, antiquarii e rivenditori fecero dei piatti di peltro, delle coperte di grosso filaticcio di seta, delle cassapanche, delle madie, delle maioliche a ingenui motivi ornamentali.
Offriremo dunque qui, e di necessità disordinatamente, il poco che ci fu possibile di spigolare negli ozi estivi, labili più che il rivo pascoliano.

Casale Corte Cerro è un bel paese che fino al 1913 fece Comune con Gravellona Toce; poi in quell'anno ne fu diviso, non senza esultanza dei Gravellonesi ai quali pareva una specie di diminuzione essere amministrati dai mutugn Pecoroni, così sono chiamati per la loro bontà i Casalesi, come altri di Comuni contermini sono detti Cani, Lupi, etc., rivivendo in tali soprannomi i languidi ricordi di lotte remote ormai nel tempo.
Dalle pendici del Monte Cerano si stende fino alla strada provinciale, diviso in ben quattordici frazioni, delle quali le più pittoresche sono. come è naturale, le più elevate, Montebuglio, Arzo, Caffaronio, Riciano. Molti rivi o riali, molti castagneti e, ad ogni svolto di strada, la vista del Lago d'Orta o del bellissimo Golfo di Pallanza o dei picchi detti Corni di Nibbio. La massa del Monte Orfano che da secoli fornisce graniti apprezzatissimi, impedisce la visione del Lago di Mergozzo.
Se interrogate qualcuno dei vecchi, vi parla di una Regina Cerro la quale teneva la sua Corte dove ora sono gli avanzi di un'antica torre detta di San Maurizio presso il cimitero di Gravellona. Di questa Regina che avrebbe dato il nome al paese, secondo la leggenda, nessuno sa dire nulla, nè in bene, né in male, neppure quel tanto di diavoleria o di santità che dovrebbe entrare in ogni racconto fantastico. Ma quel nome di Corte (curtis) ci spiega abbastanza l'origine; se pensiamo poi che il monte si chiama Cerano, che parecchie famiglie portano il cognome di Ceroni e che sulle alture gli alberi centenari agitano al vento le chiome opulente, non duriamo fatica a persuaderci dell'aggiunta. Infatti, il gagliardetto della Sezione Casalese della U.O.E.I. (Unione Operaia Escursionisti Italiani) fondata anni or sono dal benemerito Dott. Nino Dosi, portava come emblema un cerro, emblema che si ritrova anche in vecchi documenti.
Tradizioni di origine medioevale, dove pure i Conti di Biandrate signoreggiarono, e più tardi, i Visconti, non è possibile rintracciare, e neppure, racconti che abbiano particolare sapore. Abbiamo raccolto, dai ricordi d'una nonna, la favola del rospo e della merla e quella della volpe e del lupo che tenteremo di esporre nella nativa semplicità.
Venuta la primavera, la merla si fa beffe del rospo che è tardo e brutto e deve contentarsi di strisciare nei terreni umidi. Anche i più grossi e insipidi hanno il loro amor proprio: il rospo si offende e sfida la merla a una gara di velocità. Si veda, nel mattino seguente, quale dei due raggiungerà prima su un breve ripiano erboso, la casèra [1] all'alpe bella. La merla fischietta come se ridesse, poi sicura del fatto suo, dorme tranquilla. Ma il rospo astuto si leva nel cuor della notte: zitto zitto, un passo dietro l'altro (il tempo non conta niente per lui che vive così a lungo) raggiunge prima dell'alba la casèra, vi entra e si nasconde presso un gran catino di siero. Col sole la merla s’alza a volo; fischietta, gode dell’azzurro, guarda se può vedere quel brutto rospo che s'affanna - qua qua qua - tra le erbe o lungo i sentieri. Sul tetto della casèra canta in tono di scherno:
“Ciciricì
a l’alba del bel dì
son chi anca mi.”
E dall'interno una voce rauca, nella quale suona tuttavia una nota di vittoria, risponde:
“E mi a quagg, a quagg”
ossia rimesto il siero coagulato per farne il formaggio. Ma il gioco di di parole sta nel verbo dialettale che sembra riprodurre il verso del rospo dal fondo dei fossati o degli orti nelle notti estive.

La volpe è tanto maliziosa che riesce ad ingannare il lupo che è pure gagliardo e feroce. — Una volta lo trasse per una fenditura del muro (il lupo per lungo digiuno era magro che le costole bucavano la pelle) nella casa d'un contadino dove era lardo, carne, polli. Più lesta di lui trovò quel che le conveniva, calmò la fame, e poi, fuori per il rotto. Il bestione ingordo, al quale non pareva vero d'aver trovato il Paradiso, mangia che ti mangio, s'ingrossò del doppio e non badò a far rumore. Si sveglia il contadino, piglia un bastone che pareva quel d’un gigante, e gliene dà quante può, fin che quello, bene o male, riesce a cavarsela; ma sanguinante e poppo. Oh, quella maledetta volpe, dove s'è cacciata? Perchè l’ha tradito, lasciandolo negli impicci? E andando, bestemmia e soffia per le percosse e per la rabbia. A un tratto, sente una voce gemebonda “Oimè, oimè! che io sono tutta ferita; per carità, fratello, portami in salvo”. A un raggio di luna, il lupo ravvisa la volpe, col pelo arruffato, macchiato di sangue. “Comare, le avete prese anche voi?” “Eccome! Non vedi quanto sangue? Prendimi sulle spalle!” E il lupo compassionevole se la carica indosso. Ma la tristaccia s’era cacciata tra i rami d’un corniolo carico di frutti maturi, e quel rosso veniva di lì. Andando sul groppone dei lupo che anfanava, brontolava tra i denti:
“dandarandan:
al malavi ‘l porta ‘l san”.
“Che dite, comare?” – “Sto tanto mate, lupo: beato te che puoi andare con le tue gambe”. E così si fece rimettere sino alla sua tana. Lì vicino c'era un pozzo, e nel nero dell’acqua la luna si rifletteva chiara, tonda che era una maraviglia. “Che sarà mai quella cosa laggiù?” chiese il lupo ignorante “Una forma di formaggio. Non senti l'odore che sale fin qui? Se ti metti nella secchia, puoi discendere a prenderla; poi io ti aiuterò a risalire”. Al lupo non parve vero; strizzandosi un poco, entrò nella secchia, e poum! ruzzolò fino in fondo. Ebbe un bel gridare! la volpe si lisciò il pelo e se andò tranquilla.
Niente di nuovo e di originale; per citare due nomi, S. Bernardino da Siena, nella vivace semplicità delle sue prediche, e l'Ariosto, in una delle sue satire, han narrato qualche cosa di simile: e l'uno e l'altro possono vantare ascendenti e discendenti a iosa: ma è notevole come questo materiale favolistico viva tenacemente tra il popolo.
Canti di colore locale, zero: i vecchi non cantano più, e anche quando qualche bicchiere in soprannumero li fa dimentichi dell'età, ritornano ai cori dei coscritti o della caserma che sono su per giù, quelli di tutto il Piemonte; come i reduci, alpini senza eccezione, tornano alla Piuma Nera e al Ponte di Bassano; i giovani, purtroppo, cantano Marilù, la Rumba e simili. Ma sopravvive un'usanza tipica e fondamentalmente gentile, anche se l'espressione non è sempre correttissima: è quella della Canta di Maggio, ossia di un calendimaggio rusticano.
In una sera. all'inizio di quel mese, si raccoglie il gruppo dei sonatori: chitarra, violino, mandolino, fisarmonica, e quello dei cantori. Non mancano belle voci intonate e senso della musica, come si avverte anche alle funzioni religiose: è uno dei paesi in cui le donne stonano e berciano meno. Si comincia dal centro, che sarebbe come la capitale, per passare grado grado alle frazioni, nel quale itinerario trascorre gran parte della notte. Più che salutare donne e cantare d'amore, si fa per così dire, la serenata ai maggiorenti, a quelli che sono disposti a offrire vino, salumi, ova, anche pandolce.
Si inizia con un motivo lento e carezzevole che si intona ai languori del Maggio galeotto, e ripete da anni innumerevoli le stesse parole:
Maggio ridente,
fior d'ogni 'gente,
fior dell'estate,
le donne innamorate (sic).
Ma ben presto si precisa in accenni dialettali e locali:
Suma vignù dal Sass Lanscin [2]
par fagh nnur al sciur Carlin,
oppure, secondo il luogo e la persona
par saludà la sciura Clarin.
Suora vegnù dal Cassinón
par riverì sti bei padron.
Seguono le lodi e l'espressione dell'attesa:
Gira stort e gira dritt,
cressa la sèt e l'appetit
brava gent, vigni fò pena (un poco)
dèn da beva a la serena.
Il poeta (non ne manca mai uno) come trova il ringraziamento per chi apre la porta a dare il fiasco o cala dalle finestre il salsicciotto promettente, improvvisa couplets arditi e salaci contro i ributtanti o gli avari.
Chiediamo scusa di offrirne qualcuno:
Quanti sass gh'è 'n ta stu mur,
tanti ciot in tal to …
quanti prei gh'è par tera,
tanti gugi in in tla …
Si racconta che una volta, alla casa di un negoziante, padre di una figlia non brutta e prosperosa, uomo ricco e restio, non per avarizia, ma probabilmente per ragioni di dissenso, che si ostinava a tener porte e finestre chiuse e a non dar segno di vita, il poeta dopo aver enumerato le ghiotte cose che avrebbe potuto o dovuto regalare, aggiungesse l'espressione d'un desiderio né modesto, né castigato.
E se propri vuri dan nuta {nulla)
mandè fò la mata biuta (nuda).
Doveva essere sera già inoltrata, in regime non secco; registriamo però, come prova della bontà naturale dei mutugn, che l'audace conplet suscitasse nulla più che risate e malumori non pertinaci.
Raccolta la provvista, ai cantori si uniscono i compagni, gli ammiratori, il cui numero è andato crescendo; sulla piazza si fa coro, indi segue la scorpacciata o alla casa d'uno dei tanti o all’osteria, e si attende il sorgere dell'alba, salutato dagli sbadigli.
Un curioso racconto abbiamo inteso a Montebuglio, ma benché venisse da una persona semplice, mi par che tradisca una certa origine letteraria.
Nella parte più alta della frazione, poco lontano da un torrente sempre ricco di acque — e dicono anche di trote — è un mulino, cioè una torneria, che l'industria di tornire il legno è sparsa per tutta la Valle Strona e ve la portò, o ve ]a risuscitò, circa una ottantina d'anni fa Giovanni Job, suddito svizzero, ma che amò il paese in cui s'era stabilito e fu un intelligente, assiduo e benemerito lavoratore. Poco più su di quel mulino si vede adagiato in pendio un macigno che si direbbe un masso erratico. La tradizione vuole che un tempo vi stesse di profilo, posato su uno spigolo, sagomando stranamente l'orizzonte; ma un bel mattino lo si trovò all'improvviso nella posizione attuale, e magicamente portava scritto:
Bene fece a rivoltarmi,
chè la costa mi doleva.
Il racconto viene testualmente, come dicevamo, da una montanara vecchia e ignorante; tuttavia ci sembra sospetto.

Superstizioni. sopravvivono certo, e qualche medicastro, o meglio qualche donna anziana, fa concorrenza al dottore nella conoscenza di rimedi empirici e fantastici; qualche larvato timore di stregoneria o di malocchio si avverte di fronte a certe malattie, mentre invece è difficile persuadere ai riguardi necessari specialmente nei morbi dell'infanzia — toste ferina, morbillo. scarlattina — o nei più dolorosi casi dì tubercolosi, chè. non ostante la salubrità dell'aria, la terribile nemica fa le sue vittime. In complesso però, neppure la morte è circondata dai terrori lugubri e dalle immaginazioni ché sopravvivono in altri luoghi; e forse vi contribuisce quel ridente camposanto così presso alla strada, donde l'occhio spazia fino allo sbocco del Toce, e dove sembra così dolce il riposo. Qualche anno fa corse in sordina la storia dell'apparizione di un morto recente, senza testa, come un condannato; né fu possibile rintracciarne l'origine, tanto più che si trattava d'un bravo uomo assestato e tranquillo.
Nella casa del morto sfilano le visite numerose, e la sera si accoglie un'adunata grande per il rosario; concorrono dalle frazioni anche più remote, sicché talvolta, non bastando le camere e la cucina, il cortile e le adiacenze ne sono occupati, e il lungo mormorio delle preghiere giunge lontano con un senso di tristezza grave. Non v’è morto così povero e derelitto che vada via da solo: Alesandrina Ravizza, se rivivesse, non troverebbe quel feretro desolato e anonimo che accompagnò fino a Musocco, prendendosi la polmonite che la condusse alla tomba; il corteo funebre è anzi, assai lungo, e alla funzione religiosa, tutta a chiesa nereggia. Un tempo si usava distribuire sale ai poveri; oggi vi si sostituisce il pane, o, nelle famiglie benestanti, forme di carità più opportune e proficue; ma in complesso, è in quasi tutti il pensiero che si giovi al morto con opere di bene.
Per la commemorazione dei defunti; i vari piedi o rami della famiglia si riuniscono nella casa madre alla recita del Rosario intonato per regola dagli anziani ;si mangiano poi le castagne lesse innaffiate da qualche bicchiere di vino.
Coricandosi, si lascia il ceppo acceso nel focolare, sulla tavola, un piatto di castagne per quelli che tornano senza farsi sentire.
Anche nella notte di Natale, generalmente si conserva un po' di fuoco per riscaldare il Bambino; ma se molti accorrono alla Messa di mezzanotte e suona lungo sulle strade il battere delle grosse scarpe pesanti, i giovani si divertono invece assai profanamente bevendo e cantando.
Le nozze sono festose e godereccie, anche quelle; (sia detto senza malignità) che sarebbe forse opportuno celebrare in guardingo raccoglimento. Molti sposi distribuiscono ancora i brott, ossia le castagne secche, a ramaioli, con abbondanza; altri, uscendo dalla chiesa, generalmente sul bel mezzodì, seguiti dal lungo codazzo dei parenti e degli amici, gettano a manciate confetti e nocciole ai monelli che schiamazzano e si cazzottano intorno.
Il banchetto è lauto e succolento, qualche volta accompagnato da un po' di musica e sempre chiuso da canti. La sposa non reca più alla casa maritale il cor­redo chiuso nel cofano di quercia; di questi cofani, vecchi, autentici, adorni di rozzi motivi, non crediamo di essere riusciti a vederne più di due, ché ora si preferiscono i cassettoni e gli armadi con lo specchio.
Non si fila in casa la tela; la canapa che una volta era largamente coltivata e forniva molta della biancheria da letto, da tavola e anche la personale, oggi malodora di sè soltanto qualche punto del paese. Per ritrovare indumenti tipici, bisogna rovistare nei cassoni delle nonne; allora riappare ancora qualche baracan, ossia una gonna di grossa lana, filata in casa e tessuta a Quarna, generalmente di colore blu con una balza verde che si scopriva, rimboccando l’abito propriamente detto e fissandone i lembi sul dorso; riappare il corset di lana nera a scollo tondo e a taglio tondo sui fianchi, con un parchissimo ricamo. Qualche massaia anziana porta ancora al collo la moleta, ossia un cordone di seta scorrente in un lucchetto d'oro liscio o a smalto nero e azzurro, una spilla a cornice vistosa di oro leggero o di filigrana.
Si conservano in più d'una casa gli spilloni d'argento; ma non bisogna che la fantasia corra alla raggera brianzola; si tratta di due spilloni assai modesti, di gambo breve e con la capocchia allungata a pera o meglio a susina, che servivano ad assicurare sui capelli lo scialle di lana o il fazzoletto di seta.
In abitazioni che hanno conservato per forza di cose l’antica rusticità, si vede ancora il focolare nel mezzo della cucina e l'apertura da cui deve uscire il fumo, e dà un senso di disagio, come d'una vita primordiale. Tutt'affatto diversa è invece l'impressione dei camini fondi, sulla cui cornice brillano i candelabri d'ottone, il mortaio, talvolta lucidi piatti di stagno; e sotto la cappa assai sporgente stanno le panche per i ritrovi invernali. Ne abbiamo veduto a Crusinallo uno, grande pressapoco come tutta una cucina dei nuoci appartamenti di città, il quale, non solo ha due sedili di legno ad alta spalliera che sembrano quelli di un coro, ma ancora un finestrino nella parete, donde si scorge la campagna.
Necessità di conoscere che cosa si agiti di fuori o non piuttosto raffinato piacere di vedere attraverso i piccoli vetri la nevicata incessante, godendo il beneficio dei ceppi odorosi ed ardenti?
Notiamo però che l'inverno ogni cucina ora si scalda con la tetra stufa che provvede anche ai bisogni del desinare e della cena; utile. economica e squallida, perchè non ha parola alcuna per una immaginazione emotiva.
Non è raro, nello spessore delle pareti, vedere uno sportello che chiude la nera bocca del forno; senonché, dove i padri cocevano il pane di segala o di biada che si conservava nella madia per tutta la settimana, i nipoti cuociono appena la torta di San Giorgio.
San Giorgio è il protettore del paese, ragione per cui, in mezzo a nomi romantici o men soliti, si trova ancora un numero considerevole di Zorz. Nella chiesa di recente restaurata, dietro l'altare, in una nicchia il bel guerriero a cavallo doma sotto la lancia il drago riluttante, ed è una immagine epica tra tante immagini di santità.
La festa si celebra la domenica successiva ai 24 di aprile; e non si differenzia dalle consimili sagre di infiniti paesi, nei riti religiosi, nei banchetti dei rivenditori, nella cuccagna, nella banda etc.; ma anche la più modesta delle famiglie si crederebbe degenere dalle buone costumanze se non apparecchiasse la torta, ossia uno sformato dolce di varii ingredienti. V'è quella che si consuma a desinare, e quella che si offre agli amici o a qualsiasi visitatore nel pomeriggio: non offrire o rifiutare sarebbe considerata grettezza e scortesia senza pari.
Processioni di grande solennità sono quelle del Venerdì Santo e dell'Assunzione. La prima esce nel tardo pomeriggio, sicchè quando rientra, è notte fatta, e la lunga fila dei ceri, tremolanti nell'oscurità presso le tonache della confraternita o i veli neri delle donne, la lenta salmodia in cui si fondono le voci più svariate, danno anche all'animo più disincantato un tremore di religiosità. L'Assunta si celebra nel fulgore dell'estate, e la processione ne acquista pompa nei paramenti, nei candelabri, nei vestiti, così come l'offerta è abbondante di cera, di vino, di polli, di frutti, di torte; perfino qualche agnelletto o qualche capretto vivo vi appare infioccato. All'incanto dei doni si accende la gara tra gli offerenti; i signori spingono i prezzi nell'interesse della fabbriceria; poi qualche volta si tacciono per non mortificare qualche modesto compaesano desideroso di ben figurare. Chi incanta, trova colorite espressioni di incitamento; tra la folla qualcuno risponde in rima, con motti e freddure non sempre note e stantie.
Per fine di bene o per fine di vanità, l'interesse è sempre vivo; e neppure gli anni rossi, non ostante la propaganda e lo scherno, diradarono il concorso.
Ad invocare la pioggia nella persistente siccità, si porta fuori il Crocifisso di Ramate, vecchio di almeno tre secoli, di ignoto artefice, che si regge orizzontalmente come se si reggesse un feretro, forse perchè essendo assai alto, per la strada in pendio che da Ramate conduce al centro, urterebbe negli alberi e nelle siepi.
L'oscuro artista che lo concepì e lo lavorò, doveva avere una inconscia anima meditativa e un chiuso ardore mistico. La figura è impressionante senza avere nulla di quel verismo atroce che è in certi crocifissi di campagna: il Cristo che piega il viso tra le lunghe chiome, ha nell'atteggiamento la coscienza di un destino ineluttabile, d'un sacrificio senza paragone, a cui le forze piegano. Vederselo dinanzi ritto, nel breve spazio tra un altare e la balaustrata, dà un senso di abisso, come se ogni aspetto ed ogni ragione di vita fossero per disparire; le donne più semplici lo guardano, pregando, con smarrimento.
Quei di Ramate ne sono gelosi e vedono malvolontieri che lo si trasporti in Parrocchia, sia pure per breve tempo.
Esposto sotto l'atrio della loro chiesetta, dicono, non tarda ad ascoltare le suppliche: nubi gonfie salgono dalle gole dell'Ossola, nubi grigie velano lo Zeda; il Montorfano si inette il cappello, Toce e Strona scompaiono nella nebbia che riempie la valle; e l'uragano si sferra.
Il male è che qualche volta cade anche la grandine.

N.R. CESARE



--------------------------------------------------------------------------------

[1] Casère, costruzioni parte di muratura e parte di legno, dove ai pascoli si custodisce il latte, il siero, si fa il burro, il formaggio etc.

[2] Una punta rocciosa che domina il paese

mercoledì 25 maggio 2011

Piòv o piòv miä?


Fa caud, piòv miä d'on tòch e l'aivä lä calä.
Veuta digh al prëvòst dë tiràa fòo 'l Crucifiss dë Rämà.

domenica 22 maggio 2011

Notizie 22 maggio 2011



SCI CLUB: CENA SOCIALE
Lo Sci Club Casale Corte Cerro organizza per il 1 giugno, alle 20, presso il ristorante ‘Cicin’ del Gabbio la consueta cena sociale annuale. Quota di partecipazione 30 euro per gli adulti e 15 per i ragazzi fino a 12 anni, con menù a loro dedicato. Durante la serata verranno premiati gli atleti della squadra agonistica che si sono distinti nella stagione 2010-2011. Prenotazioni entro il 26 maggio ai recapiti 339 6648848 o 328 0767473.

FESTE FRAZIONALI
Viene celebrata in settimana la festa della Vergine di Caravaggio, venerata all’oratorio del Balmello, collocato nel verde dei boschi poco a valle di Montebuglio. Particolarmente attesa la solenne processione di venerdì 26, alle 20, accompagnata dal gruppo musicale Pietro Mascagni di Casale; a seguire l’incanto delle offerte presso il tendone delle feste montebugliese.
Arzo festeggerà invece il patrono, san Defendente, domenica 29 maggio. In programma la Messa solenne delle 11 e la processione con lo stendardo del santo, seguita dai Vespri e dalla Benedizione, alle 15,30.

FESTA DI PRIMAVERA A MONTEBUGLIO
Torna, dal 27 maggio al 13 giugno, l’ormai tradizionale appuntamento allo stand delle feste di Montebuglio. Per tre fine settimana - dal 27 al 29 maggio, dal 2 al 5 e dal 10 al 12 giugno – ogni sera specialità enogastronomiche e buona musica allieteranno gli ospiti della più alta tra le frazioni casalesi.
Tra gli intrattenimenti musicali sono da segnalare alcuni importanti ‘tributi’ a gruppi e cantanti che hanno fatto la storia della musica moderna; in particolare l’appuntamento di venerdì 27 maggio quando il gruppo ‘Tra Liga e realtà’, affermato a livello nazionale, proporrà i pezzi di Luciano Ligabue.

PRIME COMUNIONI
Sono state celebrate domenica 22 maggio le Prime Comunioni dei ventitre bambini di quarta elementare nella parrocchia di San Giorgio. Sono Alex Caruso, Alessia Tensa Motta, Alice Frambusto, Andrea Baluci, Chiara Ferraris, Christian Silvestro, Davide Birocchi, Davide Loraschi, Federica Soldato, Francesca Guiglia, Francesco Aiello, Francesco Guglielmucci, Gaia Mangino, Gaia Zanga, Giovanni Sambuco, Luca Filocamo, Marco Perruolo, Matteo Albertini, Matteo Alessi, Matteo Corso, Paolo Moretti, Samuele Caliò e Veronica Sambuco.

LIETI EVENTI
I migliori auguri ad Ana Paula Franca Almeida e Roberto Cranna, che sabato 28 maggio celebreranno le loro nozze nella chiesa della Cereda.

LUTTO
La comunità casalese si unisce al lutto della famiglia Lagostina di Gravellona e piange la perdita dell’Andreina, popolare e infaticabile organizzatrice di gite ed eventi ricreativi, famosa in tutto il Cusio per la sua inesauribile energia. In particolare la ricordano i componenti dell’associazione per la Promozione dell’Anziano, che per lunghi anni hanno avuto in lei un’assidua collaboratrice.

mercoledì 18 maggio 2011

Calendario tradizionale delle feste e dei lavori

Vi propongo un viaggio. Un viaggio non particolarmente lungo, dal punto di vista geografico – ci muoveremo tutt’attorno al lago d’Orta e nei suoi immediati dintorni – ma soprattutto un viaggio nel tempo, fino alla preistoria e ritorno, seguendo il cerchio dell’anno, lasciandoci condurre… dal calendario.
Con un’avvertenza. Per il nostro viaggio avremo bisogno di uno strumento importante: la lingua. La lingua parlata dalla gente, quella con cui nei secoli – anzi, nei millenni – è stata codificata e trasmessa la cultura della gente, lingua che non corrisponde mai a un canone letterario, ma piuttosto alle esigenze pratiche quotidiane, lingua diversa da zona a zona e pure con carattere di forte unitarietà, lingua regionale… dialetto. Io parlo quello del mio paese, Casale Corte Cerro e lo scrivo utilizzando le regole fonetiche e grammaticali fissate dalla Consulta regionale per la Lingua Piemontese, adattate alle nostre parlate, che dal piemontese vanno virando nel lombardo occidentale man mano che ci si sposta da ovest a est, dalla Compagnia dij Pastor di Omegna.

Il calendario, dunque. Quel blocchetto di fogli che tutti teniamo appeso alla parete di casa, che consultiamo per conoscere i giorni di festa e di lavoro, il trascorrere delle stagioni, la scadenza degli onomastici. Il calendario, appunto, ma sarebbe meglio dire ‘I’ calendari, perché di tali strumenti se ne possono citare parecchi. Innanzitutto il calendario solare, di tipica cultura maschile, quello formato da dodici mesi; e dodici, si badi bene, è un potente numero magico, così come il tre e il sette. Dodici sono gli apostoli di Cristo, dodici le tribù d’Israele, dodici i principali pianeti e le ‘case’ dello zodiaco. Ma esiste anche un calendario lunare, legato alla cultura femminile e basato sulle fasi, o quarti, del satellite terrestre con un ciclo di ventotto giorni e scadenze precise, tanto che Lä lunä, se ‘s fa inprumä dël sés, n’è mi colä dël mès . E’ nota l’influenza delle fasi lunari sui cicli biologici e naturali e quindi sui lavori agricoli.
Poi esiste un calendario dei santi le cui ricorrenze ricordano il martirologio – la seconda nascita – dei grandi personaggi della chiesa cristiana. Per i nostri vecchi era questo il principale riferimento, tanto che per loro avevano scarso significato date come il 15 gennaio o il 30 novembre, ma sapevano ben collocare le ricorrenze di san Mauro e di sant’Andrea. E val la pena di ricordare che il calendario antico differisce da quello moderno, dopo le riforme apportate alcuni decenni or sono.
E ancora, di somma importanza per la nostra preistoria, il calendario celtico, incentrato sulle grandi festività di quelle antiche popolazioni. Sahmain, tra autunno e inverno, Imbolc tra inverno e primavera, Beltaine a mezz’estate e Lughnasad al centro dell’estate, senza contare le numerose divinità minori.

Da qui allora, in omaggio agli antenati preistorici, iniziamo il nostro viaggio. Da quel Sahmain nel cui giorno, o meglio, nella cui notte – che per gli antichi il nuovo giorno iniziava al crepuscolo – i defunti tornavano sulla terra a visitare i propri discendenti. Morti benigni, tornanti a portare consolazione e consiglio. Morti da attendere con trepidazione e accogliere degnamente, preparando loro un banchetto di benvenuto. Ancora ai tempi della mia infanzia gli anziani andavano a letto, la sera del 31 ottobre, dopo aver recitato il rosario, lasciando sulla tavola castagne, latte e vino: la cena dei morti. Riti precristiani che la Chiesa non è mai riuscita ad estirpare, riti che ha cercato di sostituire sovrapponendo a quel momento una delle sue feste più importanti: Ognissanti, all Hallow even - la sera di tutti i Santi - in inglese. Quando le carestie dell‘800 costrinsero milioni di irlandesi a rifugiarsi in nord America, costoro si portarono dietro le tradizioni degli antenati, tradizioni che nel giro di pochi decenni si sono trasformate e ci sono ritornate sotto la forma di quel patetico carnevale a base di streghe e fantasmi che tutti conosciamo con il nome di Halloween.
Abbiamo citato le castagne, il pane dei poveri. Era tradizione che nel pomeriggio del primo novembre nelle osterie si preparassero ij bärgol, le castagne bollite da servire a chi tornava dalle cerimonie nei cimiteri insieme al primo assaggio del vino novello.

L’11 novembre si ricorda san Martino, il cavaliere romano che, secondo la leggenda, divise il proprio mantello a colpi di spada per donarne un metà ad un infreddolito mendicante.
A san Martino, tradizionalmente, terminava l’annata agraria e si rinnovavano i contratti di mezzadria e di affittanza. E le famiglie contadine che non ottenevano il rinnovo dovevano traslocare altrove le proprie povere cose, da cui l’espressione fàa sän Märtin. E ancora, il giorno di san Martino segnava l’inizio del periodo di libero transito tra i campi e i prati, periodo che durava sino a san Giuseppe, il 19 di marzo.
Per gli antichi Martinmas, il giorno di Martino, segnava l’inizio dell’inverno, quando il santo cavalca al crepuscolo e porta la prima neve.
Infine questo è di ‘d marcä, giorno segna tempo. Se al tramonto il cielo sarà sereno ci potremo aspettare un inverno breve e clemente, ma se il sole tramonterà tra le nubi neve e freddo intenso non mancheranno. Ma comunque è bene ricordare che, nonostante l’estate di san Martino, l’invèrn l’hä mai mängià ‘l luv.

Novembre era il mese dei rientri. Gli emigranti stagionali tornavano dai loro lavori nelle pianure o nelle città d’oltralpe, gli alpeggi erano stati ormai ‘scaricati’, gli ultimi frutti raccolti e i campi preparati per l’inverno. Le famiglie erano finalmente riunite e c’era tempo da dedicare alla vita sociale. In questo periodo, la terza domenica del mese, i casalesi avevano collocato la festa della loro copatrona, la Vergine del Rosario, ricordata come Mädònä dij mätän, Madonna delle ragazze. Ragazze che una settimana prima organizzavano una questua che le portava, a gruppi di tre, in tutte le case del paese a raccogliere le offerte per la parrocchia. Recavano un ramo secco – simbolo della stagione - adorno di nastri colorati, di nocciole e di dolciumi che venivano distribuiti in cambio dell’obolo ricevuto.
Il 25 novembre si festeggia santa Caterina d’Alessandria e për säntä Cätärinä ij vach ä lä cässinä, ij pèvär ä lä provinä e ij crav ä lä giavinä. Naturalmente, per ben gestire la stalla, inprumä ‘s tràa fòo ‘l làam e peui ‘s tirä dént ël stràam. Chi ha orecchio per intendere…
Për sänt’Ändréä ël frëcc äl montä in cädrègä, a sant’Andrea, 30 novembre, il freddo comincia veramente a farsi sentire. In valle Strona si festeggiava il rientro degli emigranti stagionali, palai e peltrai. Altrove questa era la notte dei morti viventi, che l’inverno è tempo di tenebre e malefici.

E di neve.
2 dicembre, santa Bibiana, di’d marcä: së fiòcä për säntä Bibiänä, fiòcä për quäräntä dì e ‘nä smänä. 40 è un altro numero magico, di solito legato ad eventi infausti, una specie di maledizione ricorrente nel calendario tradizionale. Quaranta giorni durarono il diluvio universale e il digiuno di Cristo nel deserto, quaranta giorni dura la Quaresima e per quarant’anni il popolo d’Israele vagò nel deserto alla ricerca della terra promessa.

Il 6 dicembre si ricorda san Nicola. Si racconta che Niklaus, vescovo di Mira, in Siria, usasse aiutare i suoi concittadini aggirandosi di notte e lanciando doni dalle finestre. Una volta l’obolo finì dentro una calza stesa ad asciugare e da qui nacque la leggenda di uno spirito benefico vestito di rosso – colore della tonaca vescovile - che porta doni nelle notti d’inverno. Nel nord Europa il santo vescovo, con il nome storpiato in Santa Klaus, arriva nel giorno della sua festa a portare doni ai bambini buoni mentre il suo assistente, l’orrido gnomo Knetcht Ruprecht, sferza i cattivi con la sua frusta.
Nel nord Italia è invece santa Lucia, ricordata il 13 dicembre, a dispensare i doni. Li depone nelle scarpe che i bambini lasciano a sera sul davanzale di una finestra, insieme a un poco di fieno per l’asinello che li trasporta. Giovannino Guareschi ricordava questa tradizione della sua Emilia in uno dei deliziosi racconti di Natale, intitolato proprio L’asino di Santa Lucia.
Nel calendario antico il solstizio d’inverno, momento di minor durata della luce diurna, cadeva proprio in questo giorno, tanto che säntä Luziä l’è ‘l dì pussè curt chë’gh siä.
Gli antichi indoeuropei, provenienti dall’estremo settentrione, avevano terrore del buio invernale, temevano che il sole, inghiottito dall’interminabile notte artica potesse non tornare a riscaldare e fecondare la terra. Da qui tutta una serie di riti propiziatori tra i quali, in Scandinavia, la processione delle vergini della Luce, con il capo adorno di lumi, cui si riallaccia il nome di Lucia, portatrice della luce.
Nel calendario attuale il solstizio d’inverno cade il 21 dicembre, giorno di san Tommaso; infatti sän Tomà, né ‘l và né ’l stà.
In questo periodo i romani celebravano i Saturnali, festa di Saturno, dio delle tenebre. Nei territori occitani e di più radicata tradizione celtica si esegue la danza delle spade, lo bal do sabre, rito di difesa dall’oscurità. I vichinghi posizionavano sulle più alte vette le sentinelle della luce, con il compito di segnalare con il suono dei corni il ricomparire del sole all’orizzonte meridionale.

E la luce ritornava, pochi giorni dopo il solstizio, vittoriosa sulle tenebre e festeggiata proprio come il Sole Invitto. Aveva inizio un lungo periodo di allegria, le dodici notti magiche (dodici, si badi bene). Nei focolari veniva acceso lo Jól, un grande ceppo che doveva ardere di fuoco perenne e sventura avrebbe colto la famiglia che lo avesse lasciato spegnere.
Cosa poteva fare la Chiesa, se non sovrapporre ai festeggiamenti per la rinascita della luce quella che commemorava l’analogo evento, il Natale di Cristo, luce dell’umanità. Quel Natale che i cristiani delle origini festeggiavano a fine marzo e che solo dopo alcuni secoli venne spostato in questo periodo, per ovvi motivi. Për Nädal ël pass d’on gal. Ma è anche di ‘d marcä: Nädàl äl sol, Pasquä äl tizzón.
Quella della vigilia di Natale è una notte magica, di grande pace, durante la quale gli animali prendono a parlare tra di loro e, a chi li sa ascoltare, rivelano i luoghi ove si celano antichi tesori. La mattina successiva le madri usavano lavare i neonati con acqua scaldata su un fuoco di rami di ginepro (brisciol), cosi come fece la Vergine col santo Bambino.

Ben diversa la notte del 31 dicembre, giorno di san Silvestro Papa. Notte di tregenda, nella quale si scatenano gli spiriti maligni. Per allontanarli servono luce e rumore ed ecco che per i vicoli dei paesi si aggirano gruppi di uomini muniti di torce e armati di bastoni che sbatacchiano fragorosamente; spari ed esplosioni, naturalmente, amplificano l’effetto dell’esorcismo.
Altrove si eliminano gli oggetti vecchi e inutili lanciandoli dalle finestre e nel rogo dell’anno vecchio, sotto forma di fantoccio di paglia, si immagina di bruciare ogni negatività del passato per far posto al nuovo e migliore – si spera – in arrivo.

Epifania, la dodicesima notte magica, chiude il ciclo delle feste d’inverno. Epifania, la prima manifestazione di Cristo – che viene pubblicamente presentato ai Magi, rappresentanti di tutte le genti del mondo – tanto da essere popolarmente citata come Pasqua Befanìa, anticipazione quindi della Pasqua, vera manifestazione della potenza divina nella Resurrezione. In alcune regioni si appendevano pane, sale e dolciumi ai rami dei meli per risvegliarne la fertilità mentre un uomo con maschera di toro - simbolo di vigore e fertilità – si aggirava per le campagne. Riti di questua si tenevano in molti paesi, così come le rappresentazioni della Stella e del Gelindo, recite popolari che ricordano ancor oggi l’adorazione dei pastori e l’arrivo dei Magi. E proprio di loro parla il Canto dei Tre Re, antica melodia che accompagna e chiude tali rappresentazioni, così come le funzioni religiose.
A Colloro di Premosello è ancora vivo il rito della Carcavègia, falò rituale di un fantoccio di paglia che ricorda la leggenda secondo la quale alcuni burloni furono mandati al rogo dai Magi per aver loro fornito false indicazioni circa il percorso verso Betlemme.

Terminate le ‘feste’ ha inizio il periodo più duro dell’anno, quello del maggior freddo e delle nevicate più intense. Cadono in questa seconda parte di gennaio le ricorrenze di alcuni santi particolarmente venerati nelle nostre zone, santi che la gente soprannominò mërcänt ëd fiòcä.
Il 15 san Mauro abate, il fido collaboratore di san Benedetto, che i montanari invocavano come protettore dai lupi; il 17 sant’Antonio abate, protettore degli animali domestici, nella cui festa viene benedetto il sale che servirà per allontanare le epidemie di afta. E ricordiamo che ormai, a quasi un mese dal solstizio, il giorno si è sensibilmente allungato: për sänt’Äntòni, n’orä bonä.
Il 22 gennaio è san Gaudenzio, primo vescovo di Novara.
Il 31 san Giulio fa il paio con il fratello Giuliano, celebrato il giorno 9. Troppo spazio richiederebbe la narrazione delle infinite leggende legate ai due monaci che, partiti dall’isola greca di Egina con il voto di erigere cento chiese – tanto che Giulio è considerato patrono dei muratori – arrivarono a portare il cristianesimo nel Cusio. La cacciata di Giulio da Omegna a bondonài , la traversata del lago sul mantello, la liberazione dell’isola dai draghi, la costruzione delle due basiliche con l’impiego di un unico martello che i due fratelli si lanciavano da un colle all’altro, il lupo aggiogato al carro di legname…
Ricordiamo invece come i due santi fossero invocati contro ogni sorta di pericolo naturale: sän Giuli e sän Giuliän an vardän dlä lòsnä e däl trón, dij luv, dij sërpént e dlä gramä sgént.

Periodo di gran freddo, quindi, culminante nei tre giorni che Gennaio, un tempo il mese più corto, si fece prestare dal fratello Febbraio – dimenticandosi poi di restituirli – per vendicarsi di chi lo aveva sbeffeggiato per tale brevità. Furono giorni di bufera e della sua furia rischiò di pagare il fio una povera merla, mitico animale dal candido piumaggio, che per salvare sé stessa e i suoi piccoli non trovò di meglio che rifugiarsi nel comignolo di un casolare dove il fumo li mantenne sì al caldo, ma li ridusse per l’eternità al cupo colore che tutti conoscono. Sono però giorni di passaggio, che annunciano l’approssimarsi della primavera, e la buona stagione viene invocata con riti scaramantici che prevedono scherzi individuali, ma anche – a Casale, Borca, Fondotoce, Suna – questue e cene collettive: ä l’è mòrtä, l’è mòrtä! Fòo sgiänèr, dént fëvrèr, viva lä mèrlä gridavano i questuanti sotto le finestre dei ‘riveriti’, bruscamente svegliati in piena notte.
Periodo di gran freddo, si è detto, ma il 21 gennaio për sänt’Ägnésä, lä lisèrtä in su lä scésä. E pochi giorni dopo, il 2 febbraio, è Candelora, festa della luce propiziata dalle candele accese la vigilia. E dì ‘d marcä. Për lä Cändelòrä, së fa vént e òrä për quäräntä dì sommän fòrä, së fa né òrä né vént per quaräntä dì somän dént. Ä Candelora dä l’invern ä somän fòra. Candelmas per i celti, secondo i quali Bride, dea della luce, si libera dalla grotta di ghiaccio in cui l’aveva imprigionata la strega dell’inverno e torna a spargere i suoi frutti sulla terra. Quella Bride che la chiesa cristiana sublimò in santa Brigida, patrona d’Irlanda.
Il 3 febbraio, san Biagio protegge dai mali di gola, che viene benedetta con le stesse candele utilizzate il giorno precedente. Il 14 san Valentino si prende invece cura degli innamorati e ricorda che për sän Valëntin, lä prumavérä l’è visin, senza però scordare che ël sol ëd fëvrèr, l’è gram comè ‘n sbér e che, ogni quattro anni, an bisèst, ass marìä incä ij tëmpèst.

Febbraio è soprattutto il mese del Carnevale, il periodo del ‘mondo alla rovescia’ quando i signori trasferiscono per qualche giorno il potere al popolino, passandogli le chiavi delle città e lasciando che questo si diverta con ogni sorta di stramberia. Sono cinque giorni – dalla giobiasciä al martis grass – segnati da un’infinità di riti pagani – troppi per poterne parlare diffusamente nel breve spazio di un articolo - dalla segagione della vecchia al rogo del carnevale, ai corsi mascherati e alle battaglie rituali.
Il baccanale termina però, inderogabilmente, alla mezzanotte del martedì, quando ël cämpänón, la campana principale delle chiesa parrocchiale, batte tredici rintocchi. Con il mercoledì de Le Ceneri inizia la Quaresima, quaranta giorni di silenzio, digiuno e penitenza. Con le dovute eccezioni però, come le varie osterie in cui, proprio quel giorno e con spirito apertamente anticlericale, gli uomini si ritrovavano a mangiare nërvìt, insalata di tendini.
Ma con la Quaresima esplode la primavera e gli animali, anche i più molesti, si risvegliano dal letargo e vän in amor: schisciä ij puläs marzareui, chë crèpä pà e fieuj. Il tempo fa le bizze e non è da escludere qualche tardiva nevicata, ma quänd a fiòcä in su la fòjä, l’invèrn äl dà pù nòiä. E anche gli umani sentono più forte il richiamo della natura, e lo ricordano con riti come il Cantarmarzo, ad Agrano e Carcegna, quando nelle notti primaverili gruppi di burloni si lanciano richiami da un cocuzzolo all’altro, combinando ipotetici e strampalati matrimoni che vengono suggellati dal suono di corni e campanacci.
Cadono in questo periodo le feste di san Giuseppe, il 19 marzo, e di san Benedetto da Norcia, il 21, in corrispondenza con l’equinozio di primavera. E soprattutto, il 25 marzo, nove mesi prima del prossimo Natale, l’Annunciazione di Cristo.

Ma ormai siamo ad aprile, mese di piogge per antonomasia. Äprìil, äss lavä lä squélä e ‘s vàa dromìi, ricordando che l’acquä quätagnä l’è colä ch’lä bagnä.
Arriva infine la Settimana Santa, aperta dalla domenica delle Palme, dì ‘d marcä: së piòv për lä Ramolivä, piòv sèt domingh dë filä. E’ la settimana delle sacre rappresentazioni della passione, come la processione ‘dei giudei’ che veniva messa in scena dai bambini di Casale: nel pomeriggio del giovedì Santo si ritrovavano in un prato per piantarvi una piccola croce e far festa con un’allegra merenda.
Il Venerdì e il Sabato Santo tacciono le campane, per rispetto al Cristo sepolto, e i fedeli vengono chiamati alle funzioni con strumenti improvvisati, agitati sul campanile o portati per i vicoli dai bambini: tich e tach, timblèch e chin chër. La mattina del Sabato Santo le donne benedicevano i pollai, per allontanarne i pidocchi dei polli, e gli occhi ai bambini, per preservarne la vista, con l’acqua attinta a tre diverse fontane.
Pasqua e Pasquetta sono giorni di festa, ma anche ëd marca: vëgnä Pasquä quänd gh’ha vòjä, särà mai sënzä lä fòjä; Pasquetta, bianca lasagnetta; chi mängiä miä läsagnä, tut l’an ël cäragnä.
Il 25 aprile, oggi anniversario della Liberazione, cade la festa di san Marco evangelista, protettore dei setaioli. A Casale si celebrava la procissión dij bigat , durante la quale venivano benedette e portate solennemente in processione le uova dei bachi da seta, prima di essere depositate, in ogni casa, sui graticci dove si sarebbero schiuse e dove i preziosi insetti avrebbero prodotto i bozzoli di filo che per secoli rappresentarono un importante fonte di guadagno per le famiglie della nostra zona.

A cavallo tra fine aprile e inizio maggio cade la notte di santa Valpurga, ricordata nei paesi germanici come momento di terrore, durante il quale si scatenano le forze del male. Ma soprattutto cade la festa celtica di Beltaine, la celebrazione della primavera e della forza vitale, che gli antichi solennizzavano con falò rituali e orge sacre. Ne rimane un ricordo nei riti del Maggio, quando si rubavano e si piantavano nelle piazze gli alberi di maggio –ad Ameno, Bolzano Novarese, Briga Novarese, San Maurizio d’Opaglio – alberi che venivano adornati di nastri colorati e intorno ai quali i giovani danzavano prima di venderli all’asta e, con il ricavato, procurarsi una merenda in allegria. A Casale Corte Cerro sopravvive il rito della questua, effettuata di notte da un gruppo di uomini che sotto le finestre dei maggiorenti porta l’augurio di una buona e proficua stagione, nel ripetersi di un rito magico e scaramantico che risale alla notte dei tempi: sarà mai ‘nä bèlä està finché Masc särà cäntà…
Maggio è il mese dei matrimoni e il giorno 17 si festeggia san Pasquale Baylon, protettore delle donne in quanto inventore dello zabaione, sommo rimedio alla ‘fiacchezza’ dei mariti. Ma sarà bene ricordare che ij dòn e ij frassän, guà lässai indoä nassän; lä dònä? ch’lä piasä, ch’lä tasä e ch’lä stagä casä… E l’òm? Quänd l’è pénä pussè bél che ‘n cän, l’è sé! E per finire vardèv dlä lòsnä e däl trón… e dij dònn dë Migiändón.
Maggio è mese di piogge abbondanti e di giorni segnatempo. Esaltazione della Santa Croce, il 2: së piòv për Säntä Cros, va dë màal nisciòl e nos. San Gottardo il 4: së piòv për sän Gotard, për quäräntä dì fa notä d’aut. L’Ascensione, quaranta giorni dopo Pasqua: së piòv pë’l dì dlä Scénzä, për quäräntä dì somän miä sénzä. Santissima Trinità, la domenica dopo Pentecoste, së piòv për lä Trinità, piov për sèt fèst infilà.
E le piogge portano freddo, tanto che së ‘l ghi incorä on quai sciuscasc, tignil viä pë’l més ëd masc e che srëgn ëd neucc, äl val on pieucc.
Durante i tre giorni precedenti l’Ascensione si celebravano le Rogazioni, processioni che attraversavano i campi e si fermavano ad ogni cappelletta devozionale dove il sacerdote deponeva una piccola croce di cera e recitava la formula benedicente: “A folgore tempestatis libera nos Domine” cui il popolo rispondeva: “Te rogamus, audi nos”, anche se spesso le pie donne finivano per storpiare il latino in formule del tipo “T’è rugà int ël sach dij nos”. In processione veniva a volte portato un serpente di latta montato su una pertica: il primo giorno marciava orgoglioso in testa al corteo, ad ali spiegate, testa alta e coda protesa, il secondo stava in mezzo alla gente e il terzo arrivava ultimo, a cresta bassa, simbolo del demonio sottomesso da Cristo glorioso.

Il 13 giugno si celebra sant’Antonio da Padova, invocato per ritrovare gli oggetti smarriti con la formula sänt’Äntòni värdè giù, fèm trovàa col ch’ij ho përdù.
Il 24 giugno la natività di san Giovanni Battista, unico del calendario del quale vengano ricordati sia la nascita che il martirio, cade in prossimità della mezz’estate, il solstizio. E’ la notte in cui le streghe celebrano i loro sabba, ma è anche il momento in cui si raccolgono le erbe medicinali e le noci acerbe per farne un famoso liquore. E si benedicono i bambini, in memoria del santo Battista.

L’estate era un tempo stagione morta per i paesi. Gli abitanti erano quasi tutti negli alpeggi, gli uomini validi partiti per l’emigrazione stagionale e la vita sociale ridotta al minimo. Stagione di lavoro e di temporali, durante la quale si feteggia, il 12 luglio, sant’Uguccione (o Lucio), detto sän Ligozzón, patrono dei casari e rappresentato sempre con una forma di cacio, tanto che il suo nome dialettale è divenuto sinonimo di goloso.
22 luglio säntä Märiä Mädälénä, grän acquä lä ménä mentre il 26 è sant’Anna e për sänt’Anä, l’acquä l’inganä, quindi è bene tenersi lontani dagli specchi d’acqua e non farsi tentare dalla voglia di un tuffo rinfrescante.
Ël prum tëmporal d’ägost, ël rinfrëscä ‘l bosch, ma tëmporal dlä sérä për tri dìi ‘l fa férä, tëmporal dlä mätin gh’ha né cò né fin, tëmporal dël dòp disnà, a l’è prëst dismëntigà.
Ad agosto i celti festeggiavano Lug, dio della luce, con falò rituali che ancor oggi vengono accesi sugli alpeggi nella notte della Mädònä d’ägost, Ferragosto. Il 16 si festeggia san Rocco, per secoli invocato come protettore dalla peste, ricordando che për sän Ròch, i risc ä tir dë s-ciòp.
Il 24, san Bartolomeo: per sän Bärtolamé, buzzä dët nëgn e dë drè. E infine: ägost, giù ‘l sol l’è fosch.

A settembre si ricorda san Grato, il giorno 7: sän Grà e sän Simón än vardän dlä lòsnä e däl trón; il 22 san Maurizio, comandante della Legio Tebensis, massacrata a Saint Maurice du Vallais nel 286 d.C. e, il 29, i santi arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele: për sän Michèl, lä märèndä lä và in ciél.
Il ritorno dell’autunno segnava il ripopolarsi dei paesi, la ripresa dei lavori domestici e soprattutto il tempo dei raccolti in particolare della vendemmia. Il primo ottobre, san Remigio, riaprivano le scuole e il 6, san Renato, si assaggiava il vino nuovo: për sän Renà, distupä lä bot incä ‘l curà, mentre il 16, san Gallo, è dì ‘d marca: së fa bél për sän Gal, fa bél fin Nädal, una volta tanto con un buon presagio. Il giorno di san Luca, 18 ottobre, segnava la fine delle semine: për sän Lucä, chi n’ha miä sëmnà ch’ël plucä e il 28 për sän Simón, calä lä rävisciä e crëss ël bondón.

Ecco, siamo di nuovo a Sahmain. Il cerchio si chiude, il serpente ancora una volta si morde la coda e noi abbiamo terminato il nostro viaggio intorno all’anno.
Ci ritroviamo un poco più vecchi e, speriamo, un poco più saggi.

Massimo M. Bonini, barba Bunin, Casale Corte Cerro (VB)

martedì 17 maggio 2011

San Pasquale Baylon




San Pasquale Baylon (Bialonne, in italiacano) protettore delle donne, in quanto inventore dello zabaione, sommo rimedio contro la 'fiacchezza' dei mariti...

lunedì 16 maggio 2011

Lutto

E’ scomparso Angelo Vicini, 84 anni, di Ricciano. A parenti e amici le più sentite condoglianze della redazione.

domenica 15 maggio 2011

Festa delle mamme: un successo!



Prosegue il lavoro del gruppo giovanile interparrocchiale per preparare la partecipazione alla Giornata Mondiale della Gioventù che si svolgerà a Madrid nel prossimo mese di agosto. I ragazzi - alcune decine, nel complesso, guidati da padre Joseph Irudaya che li accompagnerà nell’avventura – stanno organizzando una serie di iniziative per raccogliere i fondi necessari a finanziare il viaggio e la permanenza in Spagna.
Dopo la festa di carnevale e la fiera del dolce organizzata in concomitanza con i festeggiamenti di San Giorgio, sabato 14 maggio è sta la volta della festa delle mamme, con grande cena all’oratorio Casa del Giovane predisposta sotto il coordinamento del giovanissimo chef Antonino Nino Catania, concorso a premi per le mamme con i figli più giovani e più anziani e animazione musicale con danze e karaoke.
Il tutto sotto lo sguardo attento e benevolo dei componenti il gruppo famiglie che – a riposo e con ‘i piedi sotto il tavolo’, una volta tanto – osservavano compiaciuti l’entusiasmo delle ‘nuove leve’, augurandosi che tutto ciò rappresenti l’inizio di un impegno duraturo.
Se son rose…

sabato 14 maggio 2011

PIÄNT, ËRBÌT E BOSCOGN

Alberi, erbe e arbusti
Brevi appunti di botanica popolare


Fino dai tempi più antichi, quando l’uomo – o forse sarebbe meglio dire la donna – passò gradatamente dall’esclusiva attività di cacciatore a quella di raccoglitore e poi di agricoltore, la conoscenza del mondo vegetale assunse un’importanza via via maggiore, legata alla consapevolezza di quanto le piante potessero tornare utili dal punto di vista alimentare, tecnologico e medico. Si imparò progressivamente a distinguere tra di loro i diversi tipi di alberi, arbusti e piante erbacee e ci si rese ben presto conto del loro immenso numero e di come fosse necessario classificarle, dare loro nomi condivisi dalla comunità di cui si faceva parte, in modo da potersi scambiare le relative informazioni sull’utilizzo e far crescere il patrimonio culturale del gruppo.
Nomi, quindi. Linguaggio. Ogni comunità il suo; e tutto funzionò sinché non iniziarono gli scambi, in aree geografiche sempre più ampie. Ma ognuno continuò a chiamare le piante a proprio modo, sinché non intervennero le superiori esigenze di una scienza moderna che, a partire dall’età dei lumi – diciottesimo secolo, quindi – prese a scambiare informazioni a livello continentale. E fu così che, nel 1758 lo svedese Carl von Linné, Linneo per i posteri, dall’università di Uppsala pubblicò il trattato Systema naturae, base della moderna sistematica nelle scienze naturali, non solo botaniche.
Oggi, quindi, abbiamo per i vegetali denominazioni popolari, nei diversi dialetti e denominazioni correnti, nelle lingue nazionali, ma solo la classificazione scientifica secondo Linneo – basata sulla coppia Genere / specie - garantisce il riferimento sicuro di ogni essenza.
Nel campo della cultura tradizionale possiamo parlare di piante per uso alimentare, a cominciare da quello che, per le nostre zone di montagna fu il vero e proprio albero del pane: il castagno, Castanea sativa secondo Linneo, nel nostro dialetto sëlvagh, se cresciuto spontaneamente da seme, o àrbol se innestato (insidì) e coltivato sui confini tra le proprietà, cimato (zoncà) in modo da formare un vaso di germogli (but) rinnovati periodicamente per mantenere elevata la quantità di frutti prodotti annualmente. Albero originario delle zone mediterranee, portato nelle Alpi dai colonizzatori romani, fu sempre particolarmente apprezzato anche per il legname da opera, particolarmente resistente a parassiti e agenti atmosferici grazie all’elevata quantità di tannino.
Non dimentichiamo poi l’importanza del noce (nos, Junglans regia), la ghianda degli dei – così suona la traduzione del suo nome scientifico – fornitrice di olio per uso alimentare, lampante e medicale, ma anche albero maledetto, sotto le cui fronde si riunivano le streghe (ij strìi) e alla cui ombra badavano bene di non soffermarsi i viandanti per non incorrere in ataviche maledizioni. E ancora il gelso bianco (morón, Morus alba) le cui foglie costituivano il cibo per ij bigàt, i bachi da seta, il cui allevamento costituì per secoli un’importante integrazione al magro reddito delle famiglie nei nostri paesi; tanto importanti che le loro uova, prima di essere ‘impiantate’ venivano portate in solenne processione il 25 di aprile, festa di san Marco evangelista, patrono dei setaioli.
Tra le erbe spontanee sono molte quelle che ancora oggi vengono raccolte per farne insalate, zuppe rustiche o delicati manicaretti di stagione. Tarassaco (zicorión, Taraxacus officinalis), lavartiz (luppolo, Humulus lupulus), spärzit (asparago selvatico, Asparagus acutifolius), värzòl (erba del cucco, Silene vulgaris), päncaud (erba benedetta, Geum caryophyllata), spatascieui, (piattello, Hipocaeris radicata), tanto per citare le più conosciute, sono i frutti di quell’orto del Signore dal quale hanno raccolto e si sono nutrite generazioni di montanari.
E poi citiamo la segale (biavä, Secale cereale) cereale da farina per antonomasia, ma anche fornitore della paglia che serviva a coprire i tetti di case e stalle, almeno sin che il miglioramento della tecnica di carpenteria non permise l’uso delle più sicure e durature piòde.
Infine, tra gli arbusti, va ricordato il ginepro (brìsciol, Juniperus communis) con le sue bacche scure, ottime come aromatizzante negli arrosti e per la produzione di liquori profumati, ma anche talismano supremo contro le arti malefiche di streghe e demoni: basta lanciargliene addosso una manciata per vederli fuggire a gambe levate. Pianta benedetta, il ginepro, da quando la Vergine Maria ne utilizzò alcuni rami per scaldare l’acqua con cui per la prima volta lavò il Divino Neonato. Da allora le madri ripetono il rito nelle mattine di Natale, bagnando in modo augurale i loro piccoli nell’acqua scaldata sul fuoco di ginepro.
Per concludere val la pena di ricordare come i nostri progenitori celti avessero un concetto sacrale del mondo vegetale, tanto da associare le varie piante agli dei del loro panteon e da impostare su di esse il loro alfabeto (ogham) e il loro calendario, basato su un ciclo lunare di tredici mesi. Ecco quindi il mese della betulla, del frassino, dell’ontano, e alcuni giorni particolari, coincidenti con i solstizi – con tasso ed erica per inverno ed estate – e gli equinozi, con la ginestra in primavera e il pioppo in autunno. E l’abete rosso, la pësciä dei nostri boschi, a contrassegnare quello che per noi è il 24 dicembre, giorno del sole invitto che rinasce dalle tenebre a segnare l’inizio di un nuovo periodo di vita e di fecondità. E’ un caso se oggi festeggiamo la nascita del Cristo, luce del mondo, proprio in quel momento dell’anno? E se come simbolo di questo Natale utilizziamo un abete adorno di luci colorate?

Massimo M. Bonini – barbä Bonìn

lunedì 9 maggio 2011

Notizie 8 maggio 2011

PER LE VACANZE DEGLI ANZIANI
Il consorzio per le Case di Vacanza ei comuni novaresi e del Verbano Cusio Ossola propone ai cittadini adulti e anziani le proprie strutture di Cesenatico e Druogno per le vacanze estive. Sono previsti periodi di due settimane ciascuno da metà giugno a metà settembre per il mare e in luglio e agosto per la montagna. Le quote, per servizio di pensione completa in camera singola o doppia e spiaggia attrezzata, vanno dai 33 ai 39 euro a seconda del periodo scelto.
Per informazioni e prenotazioni ci si può rivolgere alla segreteria del consorzio, recapito telefonico 0321 627177.

FESTA PATRONALE DI SANTA CROCE A RAMATE
Le celebrazioni i terranno domenica 15 maggio con la Messa solenne delle 10,30 e la processione pomeridiana alle 15,30.
Saranno preparate, come di consueto, le torte del pane; chi le volesse acquistare dovrà prenotarle al più presto presso la sacrestia della chiesa parrocchiale.

ATTIVITA’ GIOVANILI
Il gruppo giovanile interparrocchiale, allo scopo di finanziare la partecipazione alla giornata mondiale della gioventù che si terrà in Spagna durante la prossima estate, organizza una cena comunitaria in occasione della festa delle Mamme. L’appuntamento è all’oratorio Casa del Giovane, sabato 14 maggio alle 19,30. Costo previsto: 15 euro per gli adulti, 10 per i bambini. Prenotazioni entro giovedì 12 ai recapiti telefonici 333 2716992 o 340 2628831.
Per lo stesso scopo sono state organizzate anche le fiere del dolce, nello scorso fine settimana a Casale e domenica 21 maggio – non il 15, come erroneamente riportato dai bollettini parrocchiali - a Ramate, al termine delle Messe.

OMEGNA - ECDL AL DALLA CHIESA
Ne avevamo già parlato nei mesi precedenti. L’istituto superiore Dalla Chiesa – Spinelli, nato dalla fusione di professionale e commerciale, ha acquisito l’autorizzazione a rilasciare la patente europea per il computer ECDL, certificazione che comprova il possesso delle capacità di base in campo informatico e che sempre più spesso viene richiesta come requisito fondamentale per l’acceso ai posti di lavoro.
Durante i mesi scorsi sono stati organizzati una serie di corsi ai quali hanno potuto partecipare, a titolo gratuito, gli allievi e il personale della scuola. Ora l’offerta viene estesa, a prezzi particolarmente interessanti, all’intera cittadinanza. Chiunque potrà quindi iscriversi a un corso di preparazione, articolato su ventuno incontri svolti in orario da concordare; chi fosse già esperto si potrà anche presentare direttamente agli esami, che si terranno a cadenza mensile a partire dal prossimo 30 maggio.
Per informazioni e iscrizioni ci si può rivolgere alla segreteria, telefonando al recapito 0323 62902 tra le 8 e le 15, da lunedì a venerdì, entro il 27 maggio o consultare il sito internet www.dallachiesaspinelli.it

domenica 8 maggio 2011

Echi di San Giorgio



mostra di aeromodellismo
E’ stata particolarmente apprezzata la mostra organizzata al Baitino dal gruppo Aeromodellisti Gravellonesi. Angelo Gallina, Martino Scotti, Francesco Tramontano, Edmondo Garboli, Alessandro Gianelli – praticamente l’intero consiglio direttivo del sodalizio – si sono alternati per illustrare ai numerosi visitatori le caratteristiche dei modelli, alcune decine, di aerei ed elicotteri esposti, insegnando anche i rudimenti del volo mediante simulazioni al computer. Domenica 1 maggio, inoltre, è stata organizzata presso il campo sportivo di via Nazioni Unite una serie di dimostrazioni pratiche di volo radiocomandato durante le quali chiunque ha potuto provare l’ebbrezza di ‘portare in aria’ uno di questi piccoli gioielli.




mostra fotografica uoei
E’ partita da Casale la serie di manifestazioni che, nel corso dei prossimi mesi, celebrerà nelle sedi di tutta Italia il centenario di fondazione dell’Unione Operai Escursionisti Italiani, fondata a Lecco il 29 giugno 1911 e a Casale due anni dopo.
Nella sala del consiglio comunale, presso il municipio, è sta installata la mostra fotografica itinerante con immagini e materiali storici provenienti da tutte le sezioni nazionali. L’inaugurazione è avvenuta domenica 1 maggio, con il saluto del sindaco, Claudio Pizzi, del presidente della provincia del Verbano Cusio Ossola, Massimo Nobili e del presidente la sezione UOEI casalese, Giordano Cerutti, presenti i delegati della presidenza nazionale. Particolarmente interessante l’intervento di Vitaliano Moroni, che ha ricordato la figura del nonno materno, quel dottor Nino Dosi che fu il fondatore della sezione casalese e che tanto fece per il benessere del paese.
Con l’occasione è stata consegnata agli uoeini la targa donata dal presidente della Repubblica in riconoscimento del centenario impegno a favore della montagna e della lotta all’etilismo.




festa delle biblioteca comunale
Un buon successo di pubblico è stato raccolto da ‘Pinocchio in mostra’, l’esposizione di materiali – edizioni di ogni tempo del famoso libro di Collodi, disegni illustrativi, burattini prodotti dai rinomati artigiani della valle Strona e altro ancora – riguardanti la marionetta più amata dai bambini e tutto il suo mondo fantastico. All’inaugurazione di sabato 30 aprile le curatrici Wilma Burba e Daniela Raviol hanno spiegato come l’iniziativa, nata dalla collaborazione con il centro rete biblioteche del Verbano Cusio Ossola, volesse essere una continuazione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità nazionale, avvenimento di cui Carlo Lorenzini – che amava firmare le sue opere per bambini con lo pseudonimo di Collodi, il paese toscano dove la madre era stata maestra elementare – fu protagonista con la sua attività di scrittore e, soprattutto, di giornalista.
La manifestazione si è poi conclusa nel pomeriggio di sabato 7 maggio, quando i pannelli illustrativi sono stati trasferiti all’oratorio Casa del Giovane per fare da sfondo scenografico al momento di festa che ha visto piccoli e adulti accomunati nella lettura animata – e giocata - di alcuni dei più famosi capitoli del libro, nonché di alcune sue moderne reinterpretazioni.




musica in chiesa
Lunedì2 maggio è stato il momento della ‘grande musica’ nella chiesa parrocchiale di San Giorgio, con l’esibizione del trio da camera Sette Note. Nadia Magnoni – stimata insegnante della piccola scuola musicale che da qualche mese si è collocata all’oratorio Casa del Giovane – e Renzo Ferrari al clarinetto, accompagnati dalla giovanissima arpista Lisa Tarabbia, hanno interpretato con maestria professionale pezzi di Rossini, Bellini, Bizet, Donizetti, Mozart, Gounod e altri, incantando il pubblico con la loro indubbia bravura.
Domenica 8 poi, il grande concerto finale del gruppo Pietro Mascagni, sotto la direzione dell’insuperabile maestro, cavalier Luciano Miglini, con il consueto, brillante repertorio bandistico e orchestrale, ha posto anche quest’anno termine ai festeggiamenti della patronale di San Giorgio.

Mädònä dë Pompèi




Incheui fèstä dlä Mädònä dël Rosari dë Pompèi int lä gésä dë sän Carlo

venerdì 6 maggio 2011

San Pietro Nolasco



San Pietro Nolasco, monaco spagnolo fondatore dell'ordine dei Mercedari, dediti al riscatto dei cristiani fatti schiavi dai pirati berberi e devoti alla Vergine della Mercede

mercoledì 4 maggio 2011

Sän Gotàrd



4 maggio: san Gottardo da Hildesheim, vescovo

Së piòv për sän Gotard, për quäräntä dì fa notä d'aut... furtunä che incheui a n'ha miä piovù!

martedì 3 maggio 2011

Speciale Casale

Casale Corte Cerro: dodici kilometri quadrati di territorio ‘spalmati’ sul versante sinistro della valle Corcera, pendici orientali dei monti Cerano e Zuccaro, tra i 200 metri del piano di Gravellona e i 1700 della Colma Auta, il più alto dei Tre Gobbi. 3500 abitanti – un centro importante quindi, il decimo del Verbano Cusio Ossola – sparpagliati tra il capoluogo, e le 14 frazioni, tanto da far percepire le più alte di queste frazioni – Montebuglio, Tanchello, Cafferonio, Crebbia, Arzo, Ricciano - come classici paesini di montagna, mentre quelle di fondo valle – soprattutto Sant’Anna e Gabbio - fanno parte di quel continuum urbano, sorta di città lineare, che ormai caratterizza quel territorio, da Omegna fino a Verbania.
Andiamola a conoscere un po’ più da vicino, accompagnati dai nostri ‘inviati speciali’.

Un ’11 cruciale nella storia
Gli anni ’11 hanno spesso assunto un particolare significato, nei secoli passati, per i casalesi. A cominciare da quel 26 novembre 1911 quando il consiglio comunale approvò il progetto di divisione del territorio in due parti, dando così il via alla costituzione del nuovo comune di Gravellona Toce. La delibera sarebbe stata poi ratificata l’anno successivo con la legge n. 1203 del 12 dicembre 1912, perorata dal parlamentare omegnese Luca Beltrami; e quella è la data di nascita ufficiale del nuovo ente amministrativo.
Prima di allora il comune di Casale Corte Cerro comprendeva tutto il territorio assegnato a Gravellona, arrivando a confinare con Verbania, Baveno e Stresa e contava una popolazione di circa 2700 abitanti. Quella che ora conosciamo come una città, fino a metà ‘800 era aperta campagna, segnata dall’intersezione tra le due più importanti strade dell’alto Novarese – quella napoleonica,proveniente da Milano e diretta al Sempione, e quella Francisca, l’antica via romana proveniente da Novara e diretta al San Gottardo – lä Crosérä, intorno alla quale sorgevano solo alcuni edifici destinati a rifocillare i viaggiatori di passaggio. Da quel momento iniziò però lo sviluppo industriale e fu proprio la costruzione dei fabbriconi, Furter e Guidotti e Pariani prima di tutto, a determinare la rapida urbanizzazione del luogo. Tanto rapida da stravolgere la geografia del luogo e da determinare, con la concentrazione di popolazione, l’esigenza di creare un nuovo comune.
Ma tornando indietro di sei secoli troviamo un altro avvenimento che segna profondamente la storia casalese.
All’inizio del XIV secolo Casale – l’attuale capoluogo – non esisteva ancora. I documenti storici dell’epoca segnalano la presenza di un oratorio, già vecchio di almeno 300 anni, dedicato a san Giorgio e di alcuni casali – alpeggi, in pratica – proprietà degli abitanti il borgo di Cerro. Questo importante centro abitato era situato ai piedi del monte Cerano - dove ora sorge il cimitero di Gravellona e dove allora arrivavano le acque del lago Maggiore – e faceva parte del feudo della famiglia Nobili da Crusinallo.
Nel 1311, mentre infuriava la guerra civile tra i ghibellini, partigiani dell’impero germanico e i guelfi, sostenitori del papato, tutta la zona dell’alto Cusio si trovò a dover dare rifugio ai novaresi Brusati, guelfi sconfitti dagli avversari Tornielli e da questi scacciati dalla città. Ma li imperiali novaresi, decisi a rendere definitiva la loro vittoria, condussero in zona una feroce spedizione punitiva che portò alla distruzione di molti centri abitati, tra cui anche Cerro. L’abitato, benché fortificato, venne espugnato e dato alle fiamme e sulle sue rovine – solo la chiesa dedicata a san Maurizio si salvò, tanto da esistere tutt’oggi – e sulle rovine fu ‘sparso il sale’ secondo l’antico uso romano, con la proibizione assoluta di costruire alcunché, se non oltre il Toce e oltre la Strona. Il divieto rimase efficace, come abbiamo visto, per più di 500 anni. La popolazione in fuga trovò ricovero nei Casali della montagna e lì si stabilì definitivamente facendovi nascere un nuovo paese, la Corte di Cerro, che solo da allora si trova citata nei documenti d’archivio e che darà il nome alla vallata: lä vàal dlä Cort Cèrä: Corcera, appunto.

Quattro chiacchiere con il sindaco…
Claudio Pizzi è sindaco di Casale dal 2004, rieletto nel 2009. Gli abbiamo posto alcune domande in merito al paese che amministra.
Signor sindaco, a suo parere quali sono i punti di forza della comunità casalese rispetto al territorio circostante?
Credo che punti di forza siano essenzialmente le dimensioni contenute che ci permettono di essere una comunità coesa, il territorio che conserva un ambiente ricco di verde, tranquillo e ospitale, la vicinanza ad Omegna e Gravellona, dove si trovano i servizi essenziali. E poi, se mi è permesso dirlo, ‘una buona amministrazione’.
E quali i punti di debolezza?
Nelle frazioni alte - Montebuglio Arzo eccetera - la mancanza di esercizi pubblici e trasporti; dobbiamo poi lamentare insufficienti risorse per organizzare momenti di aggregazione. Infine pochi o nulli, negli ultimi tempi, sono stati i finanziamenti per completare la messa in sicurezza del territorio.
Sono trascorsi ormai due anni dalla sua rielezione. Quali sono i punti del suo programma amministrativo che si possono dire realizzati o in avanzata fase di realizzazione?
Molte importanti opere, con forti impegni finanziari, sono state realizzate nel primo mandato: asilo nido, mensa scolastica, parcheggi, il complesso del centro culturale ‘Il Cerro’. Sono in fase di realizzazione gli spogliatoi del campo sportivo di Ramate e il completo rifacimento di quello di Casale; molti i lavori di riasfaltatura e allargamenti stradali, parcheggi, marciapiedi e ringhiere dei ponti. E ancora nuovi locali didattici nell’edificio scolastico del Motto. Ricordo infine il contributo di Terna – a compensazione delle nuove linee elettriche ad alta tensione – 100 mila euro che verranno destinati al rifacimento della strada pedonale Ricciano – Pedemonte.
E quali quelli ancora da affrontare o che presentano forti ritardi?
Nel programma amministrativo vi era la realizzazione, in collaborazione con l’Agenzia Territoriale per la Casa, di alloggi per gli anziani; quest’opera, pur essendo finanziata e appaltata, rimane al palo per ragioni incomprensibili. E pensare che la consegna era prevista per il maggio 2011. Sono poi state messe in cantiere seguenti opere che sicuramente saranno completate nel corso del mandato: collegamento di via Pascoli con via Gravellona, a monte della linea ferroviaria del Gabbio e un nuovo campo giochi nella stessa zona, un parcheggio e un parco giochi a Montebuglio, parcheggi a Crebbia e al Cassinone, l’ascensore nell’edificio scolastico del Motto, il rifacimento dei viali interni al cimitero di Casale, l’allestimento del museo nella ex latteria consorziale turnaria del capoluogo.
Va ricordato, infine, che la variante al piano regolatore in progetto impone ulteriori adempimenti di carattere idrogeologico e che la variante alla strada provinciale di fondo valle, con la nuova galleria verso Gravellona, sta accumulando forti ritardi, mentre risulta sempre più difficile far quadrare il bilancio comunale dopo i recenti provvedimenti governativi.

… e con il vice parroco
Padre Joseph Irudaya Raj – don Giusèp, confidenzialmente, per i casalesi – sacerdote dell’ordine dei Carmelitani Scalzi originario di Madurai, nell’India sud orientale, è stato inviato a Casale nel dicembre del 2009 per coadiuvare il parroco, don Pietro Segato, nella laboriosa gestione delle tre parrocchie presenti nel territorio comunale: san Giorgio a Casale, san Lorenzo e sant’Anna a Ramate, san Tommaso a Montebuglio e Gattugno, quest’ultima frazione di Omegna. Anche a lui abbiamo posto alcune domande.
Padre Joseph, lei è arrivato a Casale ormai da qualche tempo. Quale impressione si è fatta di questa comunità?
E’ vero, sono arrivato da più di un anno e sono contento di questa mia destinazione. La mia impressione è che tutti siano accoglienti e, soprattutto, generosi. Tanto da non aver trovato particolari difficoltà ad inseririmi. Un suo punto di forza è costituito dalla presenza di don Pietro, il nostro parroco, che mi da molte opportunità di lavoro. Devo poi dire che sia i ragazzi che gli adulti mi aiutano parecchio: senza di loro non riuscirei a fare quasi nulla.
E i punti di debolezza?
Per quanto mi riguarda non sono molti. Vorrei concentrarmi ancor di più nel servizio alla collettività. Ritengo però che i giovani dovrebbero dare un po’ più d’impegno per la crescita della nostra comunità parrocchiale.
Programmi per il futuro?
Vorrei organizzare un gruppo di ragazzi permanente, avviare un’attività di dopo scuola all’oratorio, costituire una squadra di calcio. E vorrei concludere con le parole di John F. Kennedy: “Non chiederti che cosa il tuo paese può fare per te, chiediti cosa tu puoi fare per il tuo paese”. Anch’io chiedo a tutti i ragazzi e i giovani della nostra comunità di riflettere su questa frase e poi d’impegnarsi a fare qualcosa di buono per il nostro paese.
E intanto ringrazio tutti per avermi accolto come uno di loro.

Associazioni per tutti i gusti
Alcuni mesi or sono nasceva, per iniziativa dell’amministrazione comunale e con il concorso di molte associazioni locali, la nuova Pro Loco di Casale Corte Cerro, alla quale veniva assegnato il non facile compito di coordinare le numerose iniziative che regolarmente vengono organizzate sul territorio. Già! A Casale si soffre anche di questo problema, paradossale, da un certo punto di vista: la presenza di quasi quaranta tra associazioni, enti e aggregazioni varie finisce per creare un’esuberanza di attività o, per lo meno, un sovrapporsi di iniziative che, causa l’eccessivo entusiasmo, rischia a tratti di configurarsi in modo negativo.
Cäsàal gh’è mai notä! E’ una frase che si sente ripetere spesso. Ma se si va a fare un bilancio di quanto succede ogni anno in paese – intendendo come tale l’intero territorio del comune – ci si deve quanto meno ricredere. Tra feste patronali, appuntamenti culturali proposti dal comune, iniziative delle associazioni, dei comitati frazionali, della biblioteca, dei circoli, è difficile trovare un giorno in cui veramente non ci sia nulla da vedere o a cui partecipare. Il problema, caso mai è un altro: spostandosi da un appuntamento all’altro si incontrano più o meno sempre le stesse facce, sia tra il pubblico che, soprattutto, tra gli organizzatori; sono poche decine le persone che si danno da fare, passando continuamente da una parte all’altra. E l’età media di questi volontari tende ad aumentare continuamente; tanti i pensionati e pochi, pochissimi i giovani, cosa che fa montare la preoccupazione per il futuro di parecchie iniziative, in mancanza di un ricambio generazionale. Ed ecco quindi che l’appello che si leva da tutti questi ambienti è sempre lo stesso: “Ragazzi, fatevi avanti. Prendete in mano il futuro del paese, il vostro stesso futuro!..”

Il lavoro che va e viene
Ci fu un tempo – negli anni ’60, ormai mezzo secolo fa – in cui quello di Casale Corte Cerro era il comune più industrializzato d’Italia, tenuto conto del rapporto tra popolazione (2700.abitanti al censimento del 1971) e numero di attività produttive presenti. Erano gli anni in cui molti dipendenti delle grandi industrie di zona tentavano il ‘salto di qualità’ mettendosi in proprio e creando uno spesso tessuto di imprese, soprattutto artigiane, che lavoravano, soprattutto nel settore del casalingo, come contoterziste nel cosiddetto indotto, passando però in molti casi a nuove e diverse produzioni. Erano gli anni in cui numerose famiglie arrivavano da noi, soprattutto dal sud, per soddisfare la richiesta di manodopera generata da questa nuova imprenditorialità, dando così luogo a un piccolo boom demografico e, di conseguenza, urbanistico.
Nei decenni successivi iniziò però un lento declino. La configurazione montana del territorio impose il trasferimento delle aziende di maggiore ampiezza nelle zone pianeggianti dei comuni limitrofi, soprattutto Gravellona, per evidenti motivi logistici. Le ricorrenti crisi economiche portarono poi a numerose chiusure, con il conseguente abbandono degli edifici, o la loro riconversione ad attività commerciali o comunque del settore terziario. Gli avvenimenti congiunturali di questi ultimi anni, infine hanno dato il ‘colpo di grazia’ anche a storiche e gloriose fabbriche che, dopo aver garantito per un secolo e mezzo la sopravvivenza di quasi tutto il paese, sono ormai ridotte a una forza lavoro di poche unità, quando non definitivamente chiuse.
Parlare con gli imprenditori, di questi tempi, mette una grande tristezza. Si sente da una parte la determinazione a non mollare, a difendere le posizioni fino all’ultima risorsa, ma dall’altra il senso palpabile d’impotenza di fronte a meccanismi perversi e incontrollabili e la profonda delusione nei confronti di una classe politica che, a detta un po’ di tutti, non si sta impegnando a fondo per affrontare i problemi cruciali di questo nostro paese.
Intanto aumentano le famiglie che arrivano a sfiorare – e sempre più spesso a oltrepassare - i livelli minimi di sopravvivenza; lo possono ben testimoniare sindaco e parroco, a cui ogni giorno si rivolge un numero sempre crescete di persone in cerca d’aiuto. E da tutto ciò non si riesce a scorgere via d’uscita.
Mala tempora currunt…

lunedì 2 maggio 2011

Notizie 1 maggio 2011

FESTA PATRONALI NELLE FRAZIONI
La celebrazione di Santa Croce a Ramate avverrà domenica 15 maggio, onde evitare sovrapposizioni con San Giorgio a Casale.
Anche la festa di Arzo, che si teneva tradizionalmente a metà maggio, è stata posticipata a giugno, questa volta per motivi ‘meteorologici’.

ESTATE RAGAZZI
Inizia il lavoro di preparazione, affidato come sempre alle parrocchie. Mercoledì 4 maggio, alle 20, sono stati invitati all’oratorio Casa del Giovane i giovani e i ragazzi – dai 13 anni in su – che volessero rendersi disponibili quali animatori, aiuto animatori o collaboratori in genere. Chi non potesse partecipare alla riunione può comunque segnalare la propria disponibilità a don Pietro o a padre Joseph.

MESE MARIANO
A partire da martedì 3 maggio tutte le funzioni della parrocchia di San Giorgio saranno celebrate presso la chiesa dei santi Carlo Borromeo e Bernardo d’Aosta, salvo diverse indicazioni rilevabili dai bollettini parrocchiali e dal sito web parrocchiecasalecc.studiombm.it.

AL VIA LE INIZIATIVE DELLA PRO LOCO
Positivo il bilancio della prima iniziativa pubblica organizzata dalla neonata Pro Loco di Casale Corte Cerro. Per tre sere, dal 29 aprile al 1 maggio, otto squadre dai nomi fantasiosi si sono sfidate, presso il Palaproloco di piazza Mercato, nel torneo di calcio balilla a 11. Un grande successo di pubblico, accorso da molte parti per assistere ad un evento che, per questa zona, ha costituito una novità quasi assoluta.
Vincitrici sono risultate le squadre denominate Red Devils e Cooperativa, che hanno così guadagnato il diritto di rappresentare Casale alle finali che si svolgeranno a Gravellona durante la prossima estate.

LIETI EVENTI
Festeggiamo Luigia Gina Nolli Quarti, di Crottofantone, che il prossimo 9 maggio raggiungerà l’invidiabile traguardo dei cento anni. A lei i migliori auguri della redazione e dell’intera comunità.
I migliori auguri anche al piccolo Francesco Carissimi, che domenica 1 maggio è entrato a far parte della comunità di san Lorenzo e sant’Anna con la celebrazione del Battesimo.

LUTTI
Sono scomparsi Clorinda Bianchetti Calderoni, 99 anni, di Ricciano e Luciano Guglielmelli, 80 anni, di Ramate. A parenti e amici le più sentite condoglianze della redazione.