Tradizioni

CASALE CORTE CERRO E LE SUE FRAZIONI
I nomi tradizionali degli abitanti             com l’è che’s ciaman ij sgenti

Casale                  Casàal              motogn             arieti, montoni

Arzo                     ij Ars                crav                    capre

Cafferonio           Cafärogn          morfogn              gatti

Cereda                 Scërëiä             mäcäiogn           mocciosi

Crebbia               Crëbbiä            s-ciopëtìt             schioppetti

Montebuglio       Buj                    orchìt                   orchetti
                                                     cui dlä lunä         quelli della luna

Ramate               Rämà                ciäpolìt                diavoletti

Ricciano            Risciän               cägn                   cani

Tanchello          Tanchè                oloch                  allocchi, gufi


FIABE E LEGGENDE CASALESI


LA LEGGENDA DELLA MERLA
   Si narra che un tempo i merli fossero bianchi come la neve, ma un brutto anno Gennaio, che era allora il mese più corto, si fece prestare tre giorni da Febbraio e imperversò con tali bufere e gelate da costringere una merla a cercar rifugio dentro un comignolo per non morire congelata.
   Si salvò, ma da allora il suo piumaggio, divenuto nero di fumo e caliggine, si trasmise a tutti i suoi discendenti.

   In questi giorni l'inverno giunge al culmine e comincia a declinare verso la nuova primavera. Un tempo i giovani usavano girare di casa in casa motteggiando i residenti e concludendo i loro scherzi con la tiritera: "Ä l'è  mortä!.. L'è mortä!.. Fòo Sgiänèr, dent Fëvrèr, vivä lä mèrlä!.." (E' morta, è morta!.. Fuori gennaio, dentro febbraio, viva la merla!..)


LA CAPPELLA DELLA TURIGIA
   Correva l'anno 1630 o 1631 e la peste, quella resa tristemente famosa dal Manzoni, imperversava per tutto il ducato di Milano ed era giunta fino ai confini dell'Ossola, mietendo vittime a Gravellona.
   Casale ne era ancora immune, ma gli abitanti, temendo il propagarsi del terribile morbo, cercarono di correre ai ripari con l'aiuto della Divina Provvidenza: fatta benedire una pagnotta, la portarono in solenne processione fino al roccione che dominava, e domina tutt'ora, l'antica strada di collegamento tra i due paesi, lasciandovela infissa su di una pertica; poi si ritirarono tutti nelle loro case e attesero in preghiera.
   Alcuni giorni dopo il contagio cominciò a scemare e non vi furono più ammalati gravi in Gravellona; nessun casalese era stato colpito, ma la pagnotta benedetta fu trovata completamente annerita nella metà rivolta verso il paese vicino e ancora bianca dalla parte di Casale.
   Nel luogo del miracolo, lä Torigiä nella toponomastica locale, dimora del leggendario aspär, il serpente alato, venne eretta una cappelletta votiva.

   L'attuale cappelletta, con gli affreschi rappresentanti la Madonna di Re, S. Eustacchio e S. Gottardo, è stata ricostruita, probabilmente, alla fine del secolo scorso.

IL CROCEFISSO DI RAMATE
   Si dice che casa Battaini, precedentemente Beltrami, quella che sul fianco esterno reca il pregevole affresco raffigurante S. Anna con la Madonna bambina, in passato fosse adibita a monastero dei Cappuccini, o comunque a luogo di preghiera. Il crocifisso del XVII secolo, in legno di fico, che da molti anni impreziosisce la chiesa parrocchiale ed è particolarmente caro ai ramatesi, fu trovato nel solaio di questo edificio.
   Dicerie fantasiose circolano intorno alla figura di uno dei suoi antichi proprietari: pare che costui producesse abusivamente liquori e, scoperto, venne arrestato. In quel periodo transitava per il Gabbio un battaglione sabaudo diretto a Baveno e la moglie, disperata, lo intercettò per chiedere la grazia per il marito ad un alto personaggio della corte reale al seguito dei militari: la grazia che fu concessa.
   Si racconta inoltre che il medesimo personaggio, ricco e severo possidente terriero, munito di cannocchiale, dal terrazzo di casa controllasse i suoi lavoranti nei campi. La piana di Ramate era una vasta area agricola e di certo si trattava di appezzamenti molto fertili: basti pensare che molti abitanti di Montebuglio erano proprietari di questi terreni e li avevano adibiti a colture che in alto davano poca resa, soprattutto canapa, poi macerata negli appossiti pozzi (puzz däl canau) presso la Strona, e segale (biavä) che i ramatesi portavano al mulino di Casale per la macina.
   Gli stessi montebugliesi erano pure proprietari di varie cascine che, durante la costruzione della ferrovia e dello stabilimento Furter, sorto sui resti di un'antica cartiera (i Miglino scesero da Valduggia per il lavoro di cartai ed andarono ad abitare in quella che era stata la scuderia dei signori Beltrami), furono trasformate in case d'abitazione.

   Tornando allo storico crocefisso, vogliamo riportare in merito un brano dell'articolo Bricicche di folcklore, pubblicato da R.N. Cesare sul Bollettino Storico della Provincia di Novara (n. 3, 1933) che ci pare particolarmente significativo nel ricordare come "il Crocefisso, intagliato in legno da artista ignoto, raccoglie da quasi due secoli la venerazione della popolazione che lo esponeva sull'altar maggiore nel giorno della sua festa (3 Maggio) e, in caso di particolari calamità, lo trasportava (in processione, n.d.r.) alla chiesa parrocchiale di Casale" (nota storica da un'immaginetta del ?1922).
   "A invocare la pioggia nella persistente siccità, si porta fuori il Crocefisso di Ramate, vecchio di almeno tre secoli, di ignoto artefice, che si regge orizzontalmente, come se si reggesse un feretro, forse perchè essendo assai alto, per la strada in pendio che da Ramate conduce al centro, urterebbe negli alberi e nelle siepi."
   "L'oscuro artista che lo concepì e lo lavorò doveva avere un'inconscia anima meditativa e un chiuso ardore mistico. La figura è impressionante, senza avere nulla di quel verismo atroce che è in certi crocefissi di campagna: il Cristo che piega il viso tra le lunghe chiome, ha nell'atteggiamento la coscienza di un destino ineluttabile, d'un sacrificio senza paragone a cui le forze piegano. Vederselo davanti, ritto nel breve spazio tra un altare e la balaustra, da un senso di abisso, come se ogni aspetto e ogni ragione di vita fossero per disparire; le donne più semplici lo guardano, pregando, con smarrimento."
   "Quei di Ramate ne sono gelosi e vedono malvolontieri che lo si trasporti in parrocchia, sia pur per breve tempo."
   "Esposto sotto l'atrio della loro chiesetta, dicono, non tarda ad ascoltare le suppliche: nubi gonfie salgono dalle gole dell'Ossola, nubi grigie velano lo Zeda; il Montorfano si mette il cappello, Toce e Strona scompaiono nella nebbia che riempie la valle e l'uragano si sferra."...

I CONTI DI CERRO
   Il borgo di Cerro, centro fortificato di antica origine, sorgeva ai piedi del Cerano e sulle rive del lago Maggiore, che allora spingeva sin li le sue paludi, nel luogo ove ora si trova il cimitero di Gravellona Toce (canton Wu).
   I Conti di Cerro, signori del borgo omonimo, erano dei buoni nobili, cristiani e sostenitori della fede. La loro dinastia giunse al massimo splendore negli anni delle crudeli lotte tra Guelfi e Ghibellini, gli uni partigiani del Papa, gli altri accesi sostenitori dell'imperatore tedesco, il cui dominio si estendeva su buona parte dell'Italia. Era difficile tenersi fuori da quelle guerre e i nostri conti si fecero paladini della causa pontificia.
   Un triste giorno i Ghibellini di Novara ebbero il sopravvento sui loro avversari e vollero sbaragliarli completamente, eliminandone tutti gli alleati. Fu così che una notte il borgo di Cerro venne assalito di sorpresa. La resistenza fu lunga e valorosa, ma nulla potè contro il numero soverchiante degli avversari: il paese fu incendiato e raso al suolo, la popolazione decimata, ma i conti riuscirono a fuggire attraverso un passaggio segreto che portava fuori dalle mura e sino al fortilizio appositamente edificato su un poggio del monte sovrastante, Piänä Cäšlëtt, il ripiano del castelletto. Ad essi si unirono altri superstiti, si portarono nel luogo ove ora sorge Casale e qui si stabilirono, in alcuni alpeggi di loro proprietà, i casali della corte di Cerro, da cui il nome del nuovo insediamento.
   Del vecchio borgo non rimasero che la chiesetta di San Maurizio e un torrione sbrecciato e semidiroccato, all'interno crebbe col tempo un rigoglioso albero di cerro: lo stesso torrione e la stessa quercia che ancora campeggiano sul gonfalone del comune.

   Questa è la leggenda che si tramandata, riferita ai tragici avvenimenti del 1312-1314; a tratti risulta ben diversa dalla realtà storica, così come si è potuto ricostruirla a tanti secoli di distanza.
   Nessun documento cita i conti di Cerro; si può invece affermare con buona certezza che il borgo fortificato, posto in un'importante posizione strategica, lungo la via Francisca che collegava Novara e la pianura, attraverso il Cusio, con l'Ossola e il nord Europa, facesse parte del feudo dei Nobili, conti di Crusinallo, probabilmente ramo collaterale della famiglia Del Castello - o Da Castello - signori di Pallanza. Tale dominio ebbe due brevi interruzioni: la prima nell'XI secolo quando, a seguito di complicati sovvertimenti, il dominio venne assegnato per tre quarti alla badia (abbazia) di Arona e per il resto al vescovo-conte di Novara, l'altra pochi decenni più tardi quando fu conquistato dal comune di Novara, durante la guerra combattuta da quella città contro Pallanza e l'Ossola inferiore
   Nel corso delle lotte tra Papa e Imperatori, Novara, come daltronde le maggiori città dell'Italia centro settentrionale, si divise in due fazioni: i Guelfi, capeggiati dai Brusati, e i Ghibellini, guidati dai feroci Tornielli; i Cavallazzi, la terza grande famiglia cittadina, si detreggiavano tra le due parti. E' comunque certo che tali nobili casate si fronteggiassero soprattutto per interessi particolari, legati fondamentalmente al dominio del territorio, riparandosi solo per comodità dietro i due partiti; nello stesso modo si comportavano poi tutti i signorotti della provincia, che avevano in corso un'infinità di faide e diatribe minori.

   Non si sa con esattezza se i Crusinallo furono sempre legati alla parte "sanguigna" (i guelfi Brusati) o se anch'essi giocassero d'avvantaggio, passando disinvoltamente dall'una all'altra delle due fazioni. Le cronache di quei tempi raccontano però di tal Aymerico da Croxinallo, condottiero di ventura detto "il Rabbia" per la sua ferocia. Costui nel 1258 fu nominato da Torello Tornielli, allora esule a Pavia, comandante in capo delle milizie di parte "rotonda" (ghibelline) per la spedizione di riconquista di Novara, da cui i Brusati l'avevano cacciato. Il Rabbia conquistò la città - probabilmente nel 1260 - ed ebbe modo di dare ampia dimostrazione delle sue sanguinarie tendenze: si era appositamente condotto appresso un carro carico di "scaiones" (paletti appuntiti) di cui si servì per accecare quanti avversari ebbero la sfortuna di cadere viv nelle sue mani. I disgraziati sanguigni non dovettero essere pochi, visto che gli statuti cittadini del 1277 facevano obbigo al podestà di espellere da Novara tutti i ciechi, tranne coloro divenuti tali per causa di Aymerico.
   Nel 1310, dopo varie vicende di tal tipo, l'imperatore Enrico VII scendeva in Italia e imponeva la cessazione delle ostilità; il 18 dicembre entrava in Novara riconducendovi i ghibellini, ancora una volta esuli. Ma la pace durò poco: nel Giugno successivo i Tornielli scacciarono dalla cità i loro eterni avversari e questi si rifugiarono nei borghi e nelle campagne, soprattutto sulla riviera del lago d'Orta e nel feudo dei Crusinallo. Questa volta i ghibellini pensarono di stroncare definitivamente la resistenza dei Brusati e dei loro alleati e organizzarono una formidabile spedizione punitiva contro chi li aveva accolti. Tra il 1311 e il '12 molte furono le località assalite e crudeltà ed eccidi si sprecarono.
   Omegna riuscì a respingere gli assalitori grazie alle robuste fortificazioni e al rilevante numero di difensori, Crusinallo fu solo in parte distrutta, ma la furia devastatrice degli attaccanti si riversò in pieno sul borgo di Cerro. Nonostante le fortificazioni il luogo venne rapidamente espugnato, l'abitato incendiato e le sue rovine rase al suolo, la popolazione dispersa o massacrata. Sulle rovine fumanti venne "sparso il sale": era severamente vietato ricostruire nel raggio di due miglia, tranne che oltre il Toce, in territorio di Mergozzo, e oltre la Strona, ove già esistevano i due nuclei antichi di Gravellona, il Motto e la Baraggia.
   I pochi scampati all'eccidio ripararono effettivamente "sui poggi del Cerano", nelle "villae" già di loro proprietà sorte attorno alla chiesetta dedicata a S. Giorgio martire, nei pressi dei villaggi preesistenti (Arzo, Buglio, Cereda, Ramate): così nacque la Corte di Cerro. Mantennero però la proprietà dei terreni e i diritti di dominio al piano, tanto che Gravellona dipese da loro ancora per lungo tempo.
   Alcuni altri superstiti si rifugiarono invece sulla sponda lombarda del Verbano, fondandovi il paese di Cerro, ora frazione di Laveno.

LE TRADIZIONI DELLA SETTIMANA SANTA
   La Settimana Santa dovrebbe essere tutt'altro che una festa, ma a Montebuglio le cose funzionano diversamente. A metà della messa del giovedi la campana a morto annuncia l'inizio della Sacra Agonia, da allora tacerà per due giorni; ma finita la funzione chi darà il segnale dell'Ave Maria? E domani, chi chiamerà i fedeli? Ma i ragazzi, naturalmente!
   E allora via, con timblècch e chinchër e quant'altro si presti a far chiasso, per una buona mezz'ora e per tutti i vicoli. Questa sera e le prossime due, la celebrazione della Passione si trasforma come d'incanto in una festa di primavera, dal sapore piuttosto pagano.
   E d'altronde, non  era detta processione dei giudei quella che il pomeriggio di Venerdi Santo svolgevano gli adolescenti di Casale, andando a piantare una piccola croce nei prati di Mauleia, presso l'attuale Getsemani, e godendosi poi una merenda all'aperto?

   A Casale invece, un'apposito apparecchio, la tich e tach, una tavola portante alcune pesanti maniglie metalliche, veniva agitato nella cella campanaria, così che il suono raggiungesse tutto il paese.

Chinchër: raganella; sorta di scatoletta in legno che, fatta ruotare attorno a un ingranaggio pure di legno fissato a un perno con impugnatura, produce un tipico rumore raspante.
Timblècä: tavoletta in legno con impugnatura nella parte inferiore e un martelletto oscillante su quella superiore; il rapido movimento del polso manda il martelletto a battere alternativamente sui due lati, producendo un ticchettio penetrante. In senso lato viene definita timblècä una persona che usa parlare a raffica.

FANTASMI E NO - ËL PASÓN
L'uomo dal passo pesante
   Il barba (zio) Sctevän, che abitava ad Arzo, sentiva durante certe buie notti d'inverno strani rumori nella strada prospiciente casa sua: dei passi lenti e pesanti, come se qualcuno camminasse calzando grossi scarponi ferrati e portando un greve peso sulle spalle, ma scrutando dalla finestra non si scorgeva passare nessuno. Era uno spirito e il barba l'aveva soprannominato Pasón.
   Piuttosto preoccupato, il buon Stefano, uomo devoto e timorato di Dio, chiese aiuto al parroco e questi gli consigliò di uscire senza timore nella via e chiedere apertamente al fantasma cosa lo tormentasse; in base alla risposta si sarebbe studiato poi il modo di "confinarlo".
   Il piano venne messo in atto e il Pasón cessò finalmente il suo tormentato peregrinare. Barba Sctevän non volle mai confidere ad alcuno chi realmente fosse stato e a quale prezzo avesse infine ritrovato la pace.

MÄGÓN
   La Mägón era una bottegaia, probabilmente proprietaria di uno di quei negozietti di paese dove si vende un po' di tutto. Gli affari però non prosperavano e la donna, già sparagnina di natura, prese a truffare i clienti con l'aiuto di una bilancia truccata.
   Anche per lei la punizione venne dopo la morte: il suo spirito dannato vagava nottetempo tra gli acquitrini del Pozzarach e, non avendo neppure diritto a dimorare nel camposanto, durante il giorno si nascondeva in un pozzo, al Cäntón.
   Destino simile toccò a un ex cuciniere dell'esercito regio, uso ad appropriarsi del formaggio destinato al rancio della truppa: i tetti di Casale videro per notti e notti il fantasma vagare senza meta, lamentandosi e trasportando le pesanti forme di formacc dä grätâ (grana).

ÄL FORN DLÄ CUSC
L'antro della strega
   La Cusc era una donna selvatica, con il corpo completamente coperto di peli, che abitava con il suo piccolo in un antro sotto Pra Mauleia - presso il Getsemani - che i Casalesi avevano denominato äl forn dlä Cusc. Aveva fama di strega e di essere eterna, ma si mostrava raramente ai comuni mortali.
   Un brutto giorno però, attirata dal canto delle massaie che lavavano i panni nelle acque dell'Oriasciöl (rio Mauleia), si mise a spiarle dai cespugli della riva e, scorto un neonato lasciato dalla madre a riposare sotto un albero, lo rapì, affascinata dal suo candore, lasciando al suo posto il prorio, brutto e peloso come lei.
   La donna sconsolata, dopo vane e affannose ricerche, si portò a casa il bimbo scambiato, ma non riusciva a trovare il coraggio di allattare quella specie di mostriciattolo e questi piangeva a dirotto e tanto forte da farsi udire anche dalla propria madre che intanto, nell'antro nacosto, tentava a sua volta invano di consolare il piccolo rapito.
   Il giorno seguente la madre casalese si vide comparire davanti la Cusc che, porgendole il figlioletto, pronunciò con voce gutturale le uniche parole che mai le siano state udite: "Tëgn, tëgn ël teu biänchin, damm, damm ël me plosìn"* E ripresasi il proprio piccolo si dileguò veloce tra gli alberi.

* Tienti il tuo piccolo candido e ridammi il mio peloso.

FANTASMI E NO - ËL NODAR CHË 'L ROLAVÄ IJ BÒCC
Il notaio che faceva rotolare i sassi
   Viveva un tempo in Casale un notaio di non specchiata onestà che un giorno si recò a Mergozzo per concludere la vendita di alcuni terreni di proprietà  comunale. A quel tempo non esisteva ancora il ponte sul Toce, a Gravellona (fu costruito nel 1888) e il fiume veniva attraversato su barche o chiatte; il nostro notaio mentre veniva traghettato per il ritorno, lascio destramente scivolare in acqua la sua finanziera. "Lä me märsinä!.. Ij sòd dël cumun!"* gridava con ben simulata disperazione, ma il ricavato della vendita era al sicuro nel taschino del panciotto. Invano i barcaioli si tuffarono nell'acqua fredda: la giacca, sapientemente appesantita, si era rapidamente inabissata ed era stata trascinata via dalla corrente.
   Gli amministratori comunali dovettero darsi pace per la disgrazia e il furbo notaio si tenne i soldi, ma non ritenendo prudente investirli immediatamente, pensò bene di murarli in casa propria, nascosti dentro una dojä**. Pare che non riuscisse mai a utilizzare quel denaro e che il contenitore sia stato ritrovato intatto quando la casa venne demolita, molti anni dopo. Ma la giustizia divina non dimentica e la punizione fu terribile: lo spirito del notaio venne condannato a vagare senza pace tra i gerbidi del Pianello dove manifestava la sua furia facendo rotolare grossi sassi addosso ai passanti.
   I buoni casalesi, spaventati dal fracasso e dal pericolo imminente, ricorsero prima al parroco e poi ai vescovo e questi, ponderata la situazione, consegnò al sacrestano una lettera sigillata con l'ordine di portarla nella zona frequentata dallo spettro, deporla a terra e tornare velocemente sui propri passi, senza mai voltarsi, qualunque cosa sentisse. Il pover'uomo quasi morì di spavento nel compiere la sua missione; per qualche istante il fracasso prodotto dai massi che franavano fu terribile, poi tornò la pace. Il fantasma era stato "confinato" e da quel giorno non riapparve mai più.

*  La mia giacca!... Il denaro del comune!
** Recipiente in coccio, con coperchio, utilizzato per conservare gli alimenti, specie il salame d'oca (sälämin dla dojä) sotto grasso

I FOLIT
I folletti
   Il mezz* del latte si è rovesciato inopinatamente? Il camino tira male e vi riempie la casa di fumo? Le vacche si agitano e rumoreggiano nella stalla in piena notte? Non è sfortuna, o cattiva manutenzione o effetto del freddo, no: sono i folletti, quegli esserini eterei, di solito invisibli, dispettosissimi, che si divertono a tormentare gli umani con i loro tiri mancini. Nascondono gli oggetti di casa, mungono le capre e ne gettano il latte nel pozzo, sparpagliano il mucchio del letame davanti all'ingresso di casa, fanno fuggire i maiali dallo stabbio...
   Ma a volte, nella loro imprevedibilità, sanno anche rendersi utili: alla Maria hanno spazzato e rassettato tutta la cucina, alla Gina hanno vangato l'orto in una sola notte, alla Clara hanno fatto ritrovare tre marenghi d'oro che credeva d'aver perduto. Si dice che il Nino sia riuscito a catturarne uno, nel prato dell'alpe, una mattina di ottobre, e che questi, a mo' di riscatto, gli abbia indicato dove trovare un'antico tesoro sepolto.
   Mah!...

* Boccale metallico della capienza di mezzo litro usato per dosare il latte.

LÄ VAL D'IJ CINCH
La valle dei Cinque
   Erano in cinque, cinque fratelli, cinque omoni grandi, grossi e spavaldi. Boscaioli, cacciatori, forse contrabbandieri di sale, occasionalmente, con il vicino principato, per arrotondare il magro bilancio.
   Sguardo franco, passo gagliardo, ogni sentiero del Cerano era come casa loro; tutti li conoscevano e li rispettavano perchè, nonostante quel loro aspetto brigantesco, erano miti e gentili con chiunque.
   Ma un brutto giorno l'esercito imperiale ritenne di non potersi più privare dei loro servigi e li chiamò alle armi, tutti in una volta. Loro però non se la sentirono di andare a combattere contro i francesi, non per pusillanimità, ma per non lasciare sola la vecchia madre che non avrebbe saputo come campare. Non si presentarono al reclutamento e quando, qualche giorno più tardi, la pattuglia dei gendarmi venne da Omegna per arrestarli, si diedero alla macchia.
   Li inseguirono naturalmente, per prati e orti e boschi, ma i cinque bravi si andarono a rifugiare nella profonda forra del rio Gaggiolo, a monte di Arzo, e appostati alla sua imboccatura attesero i croati con gli schioppi spianati, bloccandoli col loro tiro preciso. A lungo in paese si udirono rimbombare le fucilate, via via sempre più rade, ma nessuno fu più rivisto comparire.
   Pare che siano ancora la, a difendere il burrone che prese il loro nome, la Valle dei Cinque. Se vi aggirate da quelle parti al crepuscolo, con l'animo disposto a credere anche le cose più improbabili, forse riuscirete a scorgere una vampata all'interno dell'orrido e se saprete guardare nella giusta direzione individuerete forse anche il pennacchio del kaporalmeister che, da dietro un masso, ancora fa la posta ai suoi disertori.

Nota: la leggenda è ricordata solo nei suoi tratti essenziali e con sfumature diverse secondo chi la riferisce. La versione riportata, pur nel rispetto della tradizione, è stata ampiamente romanzata al fine di renderla più leggibile; in particolare è del tutto arbitraria l'ambientazione nel periodo in cui Casale, con tutti i feudi borromei, faceva parte del ducato di Milano e quindi dell'impero austriaco (prima metà del XVIII secolo) e il principato sabaudo si estendeva sino alla Valsesia e all'alta Val Strona.

Lä stòriä dël Burgatìn


Filmato, montaggio e disegni a cura di Gianni Boriolo
realizzato presso la Biblioteca Comunale di Casale Corte Cerro durante l'inverno del 2015




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